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Socrate

Socrate (470 a.C. - 399 a.C.) nacque ad Atene dallo scultore Sofronisco e dalla levatrice Fenarete.
Da giovane si distinse nella campagna di Potidea del 432, dove salvo' Alcibiade durante una ritirata (non menziono' l'accaduto per il timore di privarlo di una medaglia) e fu per breve tempo membro della bule' (il senato della citta').
Nel 399 venne accusato dai concittadini di empieta', ossia di non credere agli dei e di contribuire con il suo esempio a corrompere i giovani. Dopo il processo (testimoniato nell'Apologia di Platone) in cui Socrate tento' un'inutile difesa, mori' bevendo un recipiente di cicuta e lasciando gli allievi nel piu' totale sconforto.

Socrate, nonostante la sua importanza storica, non ha lasciato nulla di scritto (egli stesso preferiva trasmettere direttamente a voce i suoi insegnamenti). Tutto quello che si sa di lui si deve al lavoro del suo principale allievo, Platone, che scrisse abbondantemente sulla figura del maestro e ne fece il protagonista di gran parte delle sue opere.

Socrate visse durante un periodo di transizione, dall'apice del potere di Atene fino alla sua sconfitta per mano di Sparta e alla sua coalizione nella guerra del Pelopponneso. Nel momento in cui Atene cercava di riprendersi dalla sua umiliante sconfitta, su istigazione di tre figure prominenti del tempo (Anito, Meleto e Licone), ingiustamente il tribunale degli ateniesi processo' Socrate per empieta' e corruzione dei giovani, in quanto le idee che divulgava erano contrarie (e pericolose) a quelle dell'epoca, e lo condanno' a morte, ordinandogli di bere la cicuta.
Stupenda la frase di commiato che Socrate lascio' ai suoi giudici e concittadini, e che Platone riporta nell'Apologia:


... a loro faccio questa preghiera: i miei figli, una volta cresciuti, puniteli, cittadini, tormentandoli come io tormentavo voi, se vi sembra che si preoccupino dei soldi e d'altro prima che delle virtu'; e se fanno finta di essere qualcosa ma non sono nulla, svergognateli come io facevo con voi, perche' non si prendono cura di cio' di cui occorre curarsi e pensano di essere qualcosa senza valer nulla. E se farete cosi', io saro' trattato giustamente da voi, ed anche i miei figli.
Ma e' gia' l'ora di andarsene, io a morire, voi a vivere; chi dei due pero' vada verso il meglio, e' cosa oscura a tutti, meno che al dio.




Il pensiero


Il metodo socratico dell'elenchos consiste in domande e risposte riguardo le definizioni, cercando di determinare le caratteristiche generali condivise da varie istanze particolari. Visto che questo metodo e' mirato a estrarre le definizioni implicite nelle idee e convinzioni dell'interlocutore, o ad aiutarlo a migliorarne la sua comprensione, fu chiamato metodo della maieutica.
Il termine maieutica viene dal greco maieutike' (sottinteso: techne). Letteralmente, sta per "l'arte della levatrice" (o "dell'ostetricia"), ma l'espressione designa il metodo socratico cosi' come e' esposto da Platone nel Teeteto.
L'arte dialettica, cioe', viene paragonata da Socrate a quella della levatrice: come quest'ultima, il filosofo di Atene intendeva "tirar fuori" all'allievo pensieri assolutamente personali, al contrario di quanti volevano imporre le proprie vedute agli altri con la retorica e l'arte della persuasione.
Parte integrante di questo metodo e' il ricorso a battute brevi e taglienti in opposizione ai lunghi discorsi degli altri - ovvero la brachilogia - e la rinomata ironia socratica.
Solo in questo modo e attreverso il dialogo, Socrate riusciva a fare il lavoro della levatrice.
Come la levatrice porta alla luce il bambino, Socrate portava alla luce le piccole verita' dal discepolo.

Proprio questo metodo di porre continue domande sfidava le asserzioni e le convinzioni morali degli interlocutori, portandone alle luce le contraddizioni e inadeguatezze, e normalmente generando in loro lo stupore e smarrimento consociuto come aporia.
Riguardo a tali inadeguatezze, Socrate sempre professo' la propria ignoranza, mentre altri continuarono a sostenere di essere sapienti. Socrate rispose che, essendo conscio della propria ignoranza, esso fosse piu' saggio di coloro che, essendo ignoranti, continuavano a professare la propria sapienza (teoria della dotta ignoranza). La consapevolezza del sapere di non sapere e' una coscienza e una verita' evidente e innegabile, che dimostra intanto che la verita' e la coscienza esistono e sono possibili (essendovene una). Socrate pose il sapere di non sapere a fondamento di qualunque altra verita' e conoscenza. Questa paradossale affermazione fu trasmessa nell'aneddoto dell'oracolo di Delfi che dichiaro' che Socrate fosse il piu' sapiente di tutti gli uomini.
La figura del filosofo secondo Socrate e' completamente opposta a quella del saccente. L'origine della filosofia socratica si puo' far risalire ad una frase pronunciata dalla Pizia (sacerdotessa dell'oracolo di Delfi): "Socrate e' l'uomo piu' saggio perche' e' colui che sa di non sapere". E' proprio questa frase che pone Socrate nella situazione di porgersi e porgere agli altri (quelli che pensavano di sapere le verita') continue domande sul come e sul perche' di tutto. Si potrebbe a questo punto paragonare Socrate ad un bambino.

Socrate utilizzo' questa dichiarazione come base per le proprie esortazioni morali. Socrate sosteneva che la principale virtu' fosse la cura della propria anima tramite verita' e conoscenza, che ricchezza non porta virtu', ma virtu' porta ricchezza e ogni altra benedizione, sia all'individuo che allo stato e che una vita senza esame non valesse la pena di essere vissuta. Socrate pure mantenne che subire un'ingiustizia e' meglio che commetterla.

Socrate sosteneva che la causa del male e' soltanto l'ignoranza: chi commette il male, se sapesse non lo farebbe. Questo collega l'etica al problema della ricerca della verita': una scienza del bene e del male per eliminare il male ed avere un comportamento perfettamente etico, richiedono prima di dimostrare che esiste la verita', ossia che non si perde tempo a ricercare qualcosa che non esiste, e possibilmente di definire un metodo per trovare qualunque verita', anche non etica. Percio', non riconosce nel comportamento acivico dei sofisti e di quanti lo condannarono a morte una colpa, ma un'ignoranza di fondo (della propria ignoranza, dell'esistenza) che davanti alle loro coscienze li legittimava ad agire per l'utile, anche uccidendo un uomo.

E' sempre di Socrate una delle definizioni piu' complete mai date sulla felicita', asserendo che:
"quella che sul piano soggettivo e' la felicita', sul piano oggettivo coincide con la realizzazione della propria essenza"..., "felicita' e' fare quello per cui ciascuno di noi e' stato programmato di fare". Il concetto e' riassunto nella parola greca "arete'" da tradursi con essenza, nonostante la riflessione di Socrate e' orientata all'etica come priorita' del suo tempo: essa e' appunto l'idea che ciascuno nasca per fare il filosofo, l'artista, etc. con un'aspirazione che e' necessario realizzare.

Per questo suo continuo porsi domande e dubbi, per questo suo sapere di non sapere, ovvero il non conosce la verita' e quindi non conosce il bene, pur essendone alla sua ricerca, cio' che Socrate ha sempre asserito che lo guidava nel percorso della virtu' (alla ricerca comunque della vera guida che doveva essere il bene) era una voce interiore Daimon (Demone), che gli diceva come pensare e agire. Kant paragono' tale voce alla coscienza morale dell'uomo e nulla aveva a che vedere con il demone tentatore.




Ulteriori approfondimenti sono disponibili sul sito Forma-mentis.net
(www.forma-mentis.net)

30/10/2005
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