Fatti non foste a viver come bruti di Dante Alighieri

"... Non vogliate negar l'esperienza
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza"

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno canto XXVI, 116-120)




Questa frase che Ulisse rivolge ai compagni con i quali s'imbarca, in quello che Dante nel XXVI canto dell'inferno della Divina commedia definisce il folle volo, sono un capolavoro d'eloquenza retorica (fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza), tutta tesa a sminuire il senso del pericolo agli occhi dei suoi rematori.

Nell'immaginario dell'uomo moderno la figura di Ulisse e' il simbolo della ricerca del sapere, di colui che instancabilmente cerca nuove strade e sposta in continuazione i traguardi di quel suo inarrestabile e metaforico viaggio verso cio' che e' ancora sconosciuto.

Ma Dante, invece, non e' un uomo moderno, appartiene fortemente all'epoca in cui e' vissuto, e' cioe' un uomo del medioevo, il suo pensiero e' fortemente radicato a quella realta'.

Quello che infatti emerge con maggior forza nel canto XXVI e' il racconto dell'ultima, estrema impresa di Ulisse, appunto il folle volo oltre le Colonne d'Ercole (cosi erano chiamati, nell'antichita', i due monti di Abila e di Calpe che Ercole avrebbe separato da un'unica montagna per far comunicare il Mar Mediterraneo con l'Oceano Atlantico) che per gli uomini dell'epoca di Dante rappresentavano i confini del mondo, e che Dante stesso utilizza come separazione tra il mondo dei viventi e il mondo senza gente (Inferno canto XXVI; 117), quella parte del globo terrestre negata ai viventi, dove l'unica terra emersa e' la montagna del Purgatorio.

Non essendo Dante un uomo copernichiano (i quali asserivano che il Sole era al centro dell'universo ed era la terra a girargli intorno, e non invece come si asseriva all'epoca che la terra (l'uomo) era al centro dell'universo e a cui tutte le cose e i pianeti giravano intorno) e la sua visione cosmologica (che vedeva la Terra come una sfera sospesa immobile al centro dell'universo e divisa in due emisferi: l'emisfero boreale o settentrionale, l'unico abitato, e l'emisfero australe o meridionale occupato solo dall'acqua. Al centro dell'emisfero boreale, Dante colloca Gerusalemme, equidistante dai confini estremi, rappresentati da una parte dal fiume Gange e dall'altra dalle colonne d'Ercole. Agli antipodi di Gerusalemme, nell'oceano dell'emisfero australe non abitato, sorge la montagna del Purgatorio alla cui sommita' si trova il Paradiso terrestre. L'origine della montagna del Purgatorio e' legata a quella della voragine dell'Inferno che fu causata dal ritirarsi della terra per la caduta di Lucifero, precipitato dal Paradiso e conficcato al centro del globo. La terra che ha lasciato lo spazio alla voragine dell'Inferno e' ri-uscita nell'emisfero australe, dando origine quindi alla montagna del Purgatorio. La Terra e' circondata da nove sfere concentriche rotanti una all'interno dell'altra e tutte contenute in una decima, che e' invece immobile: il cielo Empireo, dimora di Dio, degli angeli e dei beati. I nove cieli sono nell'ordine: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, Cielo delle stelle fisse, Cielo cristallino o Primo Mobile. I primi sette contengono ognuno il pianeta omonimo (anche il sole era considerato un pianeta); l'ottavo contiene le stelle fisse con le costellazioni. Il nono e' detto Cristallino perche' e' trasparente ed e' chiamato anche Primo Mobile perche' col suo movimento trasmette la rotazione ai cieli sottostanti.) non lo portano a vedere l'impresa di Ulisse come il tentativo di scoprire l'ignoto, nuovi mondi e nuove terre, ma piuttosto per il poeta medievale l'impresa di Ulisse rappresenta la violazione delle leggi divine.

E' importante sottolineare anche il fatto che Dante non pote' conoscere i poemi omerici, e quindi la sua conoscenza di Ulisse e' avvenuta soltanto tramite le opere latine di Stazio, Ovidio e Virgilio (l'Eneide).
Motivo costante nelle opere latine dei predetti autori e' l'evidente simpatia per i Troiani, progenitori dei Romani, e l'avversione per i Greci perfidi e falsi che hanno incendiato e distrutto Troia.
Per Dante cio' che era narrato nell'Eneide da Virgilio (l'assedio di Troia, il viaggio di Enea, l'aiuto del Cielo all'eroe troiano, la sua discesa all'Inferno) erano fatti storicamente avvenuti. E se tutti i Greci erano perfidi, Ulisse rappresentava il simbolo dell'empieta' e della scelleratezza.

C'e anche da sottolineare il fatto che per l'uomo medievale era fondamentale stabilire il valore positivo o negativo della conoscenza, dove l'agettivo sapiente non era sempre considerato con un'accezione positiva, ma occorreva distinguere tra vera sapienza (se questa era rivolta a Dio) e vana sapienza (se questa invece aveva come fine le cose terrene, ed era quindi considerata come stoltezza e superbia).
La frase detta da Ulisse ai suoi compagni fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza, nonostante muova da un desiderio di perfezionamento della natura umana e' vista da Dante come un consiglio fraudolento, in quanto la virtu' e la conoscenza puo' esercitarsi solo nell'osservanza delle leggi divine e nel riconoscimento dei limiti posti alla conoscenza umana.

E' per tutti i precedenti motivi addotti e in tutto questo contesto che Dante condanna Ulisse all'Inferno collocandolo nell'ottava bolgia, tra i consiglieri fraudolenti, pur riconoscendogli una certa comprensione umana per quanto di grandioso possa esserci nell'impresa di Ulisse.

Come ultima considerazione da fare c'e' che l'Ulisse di Dante e', rispetto a quello d'Omero, ancora piu' utopico e desideroso di sperimentare nuove esperienze e conoscenze e non teme, pur di viverle, di affrontare qualsiasi pericolo.




Inferno: Canto XXVI completo

Divina Commedia: versione completa
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Ultimo aggiornamento: 01/10/2005
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