Il presepe

Il presepe ha sempre colpito la fantasia collettiva e popolare, non soltanto per cio' che rappresenta per il popolo dei Cristiani, ma anche per l'arte e l'ingegno che nel costruirlo viene impiegata: basti pensare ai giochi di luci (che creano quell'atmosfera calda ed accogliente, quel tepore familiare), alla dovizia di particolari che vengono inseriti (diversi e affascinanti a seconda dell'autore dello stesso), la storia che in esso viene narrata, dei popoli che sono vissuti in quel tempo e dei popoli che l'hanno costruito.
Qui vogliamo narrare della storia e delle origini di questa che oggi e' divenuta tradizione, e della simbologia che in essa e' racchiusa.


La tradizione

Sono gli evangelisti Luca e Matteo i primi a descrivere la Nativita'. Nei loro brani c'e' gia' tutta la sacra rappresentazione che a partire dal medioevo prendera' il nome latino di praesepium ovvero recinto chiuso, mangiatoia.
L'origine storica del presepio va ricercata nelle narrazioni della nativita' di Gesu' contenute nel Vangelo di San Matteo e di San Luca, con un riferimento al testo di Isaia (1,3) e Abacuc (3,2) dell'Antico Testamento.
Nel Vangelo di San Luca e' scritto che Maria e Giuseppe arrivarono a Nazaret da Betlemme (Betlemme significa: 'casa del pane' in ebraico, 'casa della carne' in arabo, che sono delle significative allusioni a chi vi e' nato) per le formalita' del censimento ordinato da Cesare Augusto.
Si narra, infatti, dell'umile nascita di Gesu', come riporta Luca, "... in una mangiatoia perche' non c'era per loro posto nell'albergo ..." (Ev., 2,7); dell'annunzio dato ai pastori; dei magi venuti da oriente seguendo la stella per adorare il Bambino che i prodigi del cielo annunciano gia' re.

La nascita di Gesu' in una grotta e' stata sempre ritenuta come implicitamente attestata dal Vangelo con il riferimento alla mangiatoia. In Oriente le grotte naturali servivano di rifugio ai viandanti e da stalla agli animali. Appare cosi' verosimile un'antichissima tradizione, basata su Isaia e su Abacuc, che mostra un bue e un asino nell'atto di riscaldare col proprio alito il corpo di Gesu'.
Di questa tradizione e' testimone gia' sant'Ambrogio († 397).
Ma la prima descrizione del luogo ove, secondo la tradizione, nacque Gesu', ci e' stata tramandata da San Girolamo che nell'anno 404 descrive la grotta del Salvatore (specum Salvatoris) dove c'era una mangiatoia (stabulum) e nel contemplarla esclamava: "Lui che in un pugno racchiude l'universo, eccotelo racchiuso in un'angusta mangiatoia" (Lettera 22, 39, in: Opere scelte, I, Torino 1971, p. 379).
Anche in una sua orazione che sovente recitava e' presente la descrizione del luogo:
"O anima mea, ecco che in questa piccola buca della terra nacque colui che fabbrico' il cielo; qui fu avvolto in poveri panni; qui fu adagiato sopra un po' di paglia in una mangiatoia di animali; qui vagi' Bambinello nel rigore dell'invernale stagione; qui fu riscaldato dal bue e dell'asinello; qui fu trovata dai vigilanti pastori; qui fu indicato dalla stella; qui fu adorato dai Magi; qui cantarono primariamente gli Angeli: Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voltuntatis.
O mille volte beato tu, che quantunque miserabile peccatore, sei stato fatto degno di vedere cio' che desiderarono ardentemente e non videro i Patriarchi e Profeti, e contempli cogli occhi tuoi questo ineffabile luogo, che non e' concesso di vedere a tante anime giuste, che si trovano ora nel mondo, ecc."


In un documento risalente al 326 si parla addirittura di una mangiatoia scavata nella roccia che potrebbe aver avuto dei supporti di legno: piu' tardi fu rivestita di lastre di metallo prezioso forate per permettere ai fedeli di vederla o toccarla e al tempo stesso per impedirne l'asportazione.
Cosi', almeno in parte, si presenta tuttora la grotta di Betlemme venerata da innumerevoli fedeli; studi recenti confermerebbero la tradizione.
In Santa Maria Maggiore in Roma si conservano reliquie che, secondo la tradizione, sono parti della mangiatoia.


A partire dal IV secolo la Nativita' diviene uno dei temi dominanti dell'arte religiosa e in questa produzione spiccano per valore artistico: la nativita' e l'adorazione dei magi del dittico a cinque parti in avorio e pietre preziose del V secolo che si ammira nel Duomo di Milano e i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di S. Maria a Venezia e delle Basiliche di S. Maria Maggiore e S. Maria in Trastevere a Roma.
In queste opere dove si fa evidente l'influsso orientale, l'ambiente descritto e' la grotta, che in quei tempi si utilizzava per il ricovero degli animali, con gli angeli annuncianti mentre Maria e Giuseppe sono raffigurati in atteggiamento ieratico simili a divinita' o, in antitesi, come soggetti secondari quasi estranei all'evento rappresentato.
Dal secolo XIV la Nativita' e' affidata all'estro figurativo degli artisti piu' famosi che si cimentano in affreschi, pitture, sculture, ceramiche, argenti, avori e vetrate che impreziosiscono le chiese e le dimore della nobilta' o di facoltosi committenti dell'intera Europa, valgano per tutti i nomi di Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino, Dürer, Rembrandt, Poussin, Zurbaran, Murillo, Correggio, Rubens e tanti altri.


La simbologia

Quest'avvenimento, cosi' familiare e umano, se da un lato colpisce la fantasia dei paleocristiani rendendo loro meno oscuro il mistero di un Dio che si fa uomo, dall'altro li sollecita a rimarcare gli aspetti trascendenti quali la divinita' dell'infante e la verginita' di Maria.
Cosi' si spiegano le effigi parietali del III secolo nel cimitero di S. Agnese e nelle catacombe di Pietro e Marcellino e di Domitilla in Roma che ci mostra una Nativita' e l'adorazione dei Magi, ma soprattutto si caricano di significati allegorici i personaggi dei quali si va arricchendo l'originale iconografia quali il bue e l'asinello.
Vediamoli in dettaglio.

I Magi, erano una delle tribu' in cui si divideva il popoli dei Medi (che vivevano nell'odierno Kurdistan), addetta alle cerimonie sacre (all'incirca come i leviti tra gli ebrei). Vennero trasformati in casta sacerdotale dalla riforma di Zoroastro: veri e propri ministri ufficiali del culto persiano del fuoco. Erano considerati dei saggi (avevano, per esempio, molte conoscenze astronomiche) e dei taumaturghi e contribuirono a reprimere il manicheismo. E' stato appunto dalle loro funzioni di indovini e fattucchieri che derivo' il nome di magi o maghi. (Da notare che Zoroastro elaboro' il mito del salvatore che sarebbe apparso alla fine dei tempi per restaurare il regno di Mazda).
La tradizione popolare li considero' dei re, probabilmente per influsso del Salmo 72: « I re di Tarsis e delle isole offriranno tributi, i re di Saba e di Meroe gli presenteranno doni» (Sal 72, 10). Il fatto che Matteo non presenta questa citazione, ci fa capire che per lui non erano dei re.
Il primo ad affermare la loro regalita' e' stato Cesario di Arles (V secolo) in un sermone falsamente attribuito ad Agostino. Nell'arte appaiono con le insegne regali nell'VIII secolo.

I magi vengono citati nel Vangelo di San Matteo (Mt 2, 1-12), ai quali il vangelo apocrifo (apocrifi si dice di quei vangeli che non sono stati accettati come ispirati e dunque non sono stati inclusi tra i 4 canonici) armeno assegna i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre:
Gaspare, mistico re dell'Armenia, lascio' l'intero potere a suo fratello Ntikran per andare a cercare Gesu'. Era probabilmente un seguace di Zoroastro. Era un giovanotto rude, discendente di Cam, uno dei figli di Noe'.
Baldassarre, re arabo del deserto, era giovane e di carnagione scura, e discendeva da Jafet, un altro figlio di Noe'.
Melchiorre era in realta' il soprannome del maharaja indiano Ram, che pure lascio' il potere a suo fratello per partire verso Gerusalemme insieme al saggio Tsekinata suo amico. Il soprannome gli deriva dalla frase che pronuncio' inchinandosi davanti a Gesu' bambino: Cham el chior (ho visto Dio). Era anziano, con i capelli bianchi e la barba lunga e discendeva da Sem, figlio di Noe'.

Le leggende hanno pure cercato di individuare quanti siano stati i Magi: le pitture delle piu' antiche catacombe ne presentano due (III secolo), quattro nelle catacombe di Domitilla (IV secolo), alcune rappresentazioni siriache ed armene ne presentano sei giungendo ad un massimo di dodici.

Il numero di tre, fissato da S. Leone Magno, ne permette una duplice interpretazione, quali rappresentanti delle tre eta' dell'uomo: gioventu', maturita' e vecchiaia e delle tre razze in cui si divide l'umanita': la semita, la giapetica e la camita secondo l'Antico Testamento, e che discendono dai figli di Noe' Cam, Jafet e Sem.

Gli stessi doni dei Magi sono interpretati con riferimento alla duplice natura di Gesu' e alla sua regalita': l'incenso, per la sua Divinita', la mirra, per il suo essere uomo, l'oro perche' dono riservato ai re.


Sono stati sempre immaginati vestiti con abiti sontuosi e curati nei minimi particolari e con ampi mantelli che richiamano gli antichi cavalieri. Questi cavalieri, con i loro doni, giungono presso la capanna con i loro scudieri di colore Bianco, Rosso e Nero. Questi cavalli, in qualche modo, vanno ad identificare l'arco di una giornata: Bianco per l'aurora, Rosso per il mezzogiorno e Nero per la notte.
Tale simbologia del ciclo solare, era resa ancor piu' evidente nel passato, dalla presenza di una figura femminile, Re Magia che andava a rappresentare la luna che segue il viaggio notturno dei tre cavalieri. Tale figura, veniva e viene tuttora raffigurata in portantina sorretta da quattro schiavi e, secondo la tradizione era la sposa del re moro.

I teschi dei Re Magi, con le corone d'oro ingioiellate, sono tuttora tra le reliquie della cattedrale di Colonia.
Secondo la leggenda fu Elena, madre dell'imperatore Costantino, che ne ordino' il trasferimento a Costantinopoli, nella chiesa di S. Sofia. Il vescovo milanese Eustorgio, ottenne dall'imperatore d'Oriente la possibilita' di traslare le spoglie dei Magi a Milano. La tradizione vuole che Eustorgio le avesse trasportate all'interno di un colossale sarcofago di eta' romana ancor oggi presente nella Cappella dei Magi nella Basilica milanese di Sant'Eustorgio.
Non e' certa l'epoca di tale trasferimento ne' se il personaggio di cui si parla fosse Eustorgio vissuto nel IV secolo, al tempo di Sant'Ambrogio o Eustorgio II, vescovo milanese nel VI secolo.
Sappiamo per certo che le reliquie rimasero a Milano fino al 1164 quando Federico Barbarossa sconfisse i Milanesi. Fu allora che l'imperatore esaudi' la richiesta del suo cappellano e consigliere Rainaldo di Dassel, arcivescovo di Colonia, e fece trasportare le loro reliquie, e quelle dei Santi Felice e Nabore, nel duomo di Colonia. Il 23 luglio 1164 le reliquie arrivarono a Colonia.
La presenza a Colonia delle reliquie dei Magi dava lustro e legittimazione religiosa al regno di Federico Barbarossa. Col passare dei secoli esse continuarono a costituire un richiamo per numerosi fedeli che ancora oggi venerano il prezioso reliquario d'oro del XIII secolo in cui sono conservate. Le reliquie sono collocate dietro l'altare maggiore della cattedrale di Colonia, citta' che piu' di ogni altra in Occidente, si gloria delle sue innumerevoli reliquie custodite in dodici chiese romaniche e nella grandiosa cattedrale sul Reno.
I religiosi, grazie ad un pannello mobile, possono toccare le ossa dei Magi poste all'interno della teca mentre i devoti ne godono la vista.
Durante la seconda guerra mondiale il reliquiario fu danneggiato e quindi restaurato nel 1973. Fu in quell'anno che l'arcivescovo di Colonia restitui' un frammento dei tre saggi alla chiesa di Sant'Eustorgio di Milano dove il loro culto resta ancora oggi vivo.


Il bue e l'asino, aggiunti da Origene, interprete delle profezie di Abacuc e Isaia, divengono simboli del popolo ebreo e dei pagani.

Gli angeli, esempi di creature superiori.

I pastori, come l'umanita' da redimere.

Maria e Giuseppe, rappresentati a partire dal XIII secolo, in atteggiamento di adorazione proprio per sottolineare la regalita' dell'infante.


Le origini

Il presepio come lo vediamo realizzare ancor oggi ha origine, secondo la tradizione, dal desiderio di San Francesco di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Betlemme, con personaggi reali, pastori, contadini, frati e nobili tutti coinvolti nella rievocazione che ebbe luogo a Greccio la notte di Natale del 1223 (Il presepe vivente di Greccio); episodio poi magistralmente dipinto da Giotto nell'affresco della Basilica Superiore di Assisi.

Primo esempio di presepe inanimato d'Italia, a noi pervenuto, e' quello composto da otto statuette alte circa 1 metro che Arnolfo di Cambio ha scolpito nel marmo nel 1289 su committenza del Papa Onorio IV e del quale oggi si conservano le statue residue nella cripta della Cappella Sistina di S. Maria Maggiore in Roma.
In vero sulla data non vi e' certezza assoluta, c'e' chi infatti la anticipa al 1283 o addirittura al 1280, e chi ritiene che le statuette sicuramente attribuibili all'Arnolfo sono solo cinque.

Da allora e fino alla meta' del 1400 gli artisti modellano statue di legno o terracotta che sistemano davanti a un fondale pitturato riproducente un paesaggio che fa da sfondo alla scena della Nativita'; il presepe e' esposto all'interno delle chiese nel periodo natalizio.
Culla di tale attivita' artistica fu la Toscana ma ben presto il presepe si diffuse nel regno di Napoli ad opera di Carlo III di Borbone e nel resto degli Stati italiani.

Nel '600 e '700 gli artisti napoletani danno alla sacra rappresentazione un'impronta naturalistica inserendo la Nativita' nel paesaggio campano ricostruito in scorci di vita che vedono personaggi della nobilta', della borghesia e del popolo rappresentati nelle loro occupazioni giornaliere o nei momenti di svago: nelle taverne a banchettare o impegnati in balli e serenate.
Ulteriore novita' e' la trasformazione delle statue in manichini di legno con arti in filo di ferro, per dare l'impressione del movimento, abbigliati con indumenti propri dell'epoca e muniti degli strumenti di svago o di lavoro tipici dei mestieri esercitati e tutti riprodotti con esattezza anche nei minimi particolari.
Questo per dare verosimiglianza alla scena delimitata da costruzioni riproducenti luoghi tipici del paesaggio cittadino o campestre: mercati, taverne, abitazioni, casali, rovine d'antichi templi pagani.
A tali fastose composizioni davano il loro contributo artigiani vari e lavoranti delle stesse corti regie o la nobilta', come attestano gli splendidi abiti ricamati che indossano i Re Magi o altri personaggi di spicco, spesso tessuti negli opifici reali di S. Leucio.
In questo periodo si distinguono anche gli artisti liguri (con l'arte presepiale ligure) in particolare a Genova, e quelli siciliani (con l'arte presepiale siciliana) che, in genere, si ispirano sia per la tecnica che per il realismo scenico, alla tradizione napoletana (con l'arte presepiale napoletana) con alcune eccezioni come ad esempio l'uso della cera a Palermo e Siracusa o le terracotte dipinte a freddo di Savona e Albisola.
Sempre nel '700 si diffonde il presepio meccanico o di movimento, che ha un illustre predecessore in quello costruito da Hans Schlottheim nel 1588 per Cristiano I di Sassonia.


La diffusione a livello popolare si realizza pienamente nel '800 quando ogni famiglia in occasione del Natale costruisce un presepe in casa riproducendo la Nativita' secondo i canoni tradizionali con materiali, statuine di gesso o terracotta, carta pesta e altro, forniti da un fiorente artigianato. In questo secolo si caratterizza l'arte presepiale della Puglia, specialmente a Lecce, per l'uso innovativo della cartapesta, policroma o trattata a fuoco, drappeggiata su uno scheletro di filo di ferro e stoppa.
A Roma le famiglie importanti per censo e ricchezza gareggiavano tra loro nel farsi costruire i presepi piu' imponenti, ambientati nella stessa citta' o nella campagna romana, che permettevano di visitare ai concittadini e ai turisti (contribuendo cosi alla nascita dell'arte del presepio romano). Famosi quello della famiglia Forti posto sulla sommita' della Torre degli Anguillara, o della famiglia Buttarelli in via De' Genovesi riproducente Greccio e il presepe di S. Francesco o quello di Padre Bonelli nel Portico della Chiesa dei Santi XII Apostoli, parzialmente meccanico con la ricostruzione del lago di Tiberiade solcato dalle barche e delle citta' di Gerusalemme e Betlemme.

Oggi dopo l'affievolirsi della tradizione negli anni 1960 e 1970, causata anche dall'introduzione dell'albero di Natale, il presepe e' tornato a fiorire grazie all'impegno di religiosi e privati che con associazioni come quelle degli Amici del Presepe, Musei tipo il Brembo di Dalmine di Bergamo, Mostre, tipica quella dei 100 Presepi nelle Sale del Bramante di Roma; dell'Arena di Verona, rappresentazioni dal vivo come quelle della rievocazione del primo presepio di S. Francesco a Greccio e i presepi viventi di Rivisondoli in Abruzzo o Revine nel Veneto e soprattutto la produzione di artigiani presepisti, napoletani e siciliani in special modo, eredi delle scuole presepiali del passato, hanno ricondotto nelle case e nelle piazze d'Italia la Nativita' e tutti i personaggi della simbologia cristiana del presepe.

Il piu' bizzarro tra i presepi, quello sommerso a Laveno Mombello in provincia di Varese.
Traendo lo spunto dalla deposizione di un Cristo degli Abissi nelle acque del Lago Maggiore, alcuni anni dopo si penso' di trasformare quello sposalizio con l'acqua, in un presepio sommerso.
Cosi' alcuni giorni prima di Natale, trentacinque sculture in pietra di Vicenza a grandezza naturale, raffiguranti tutti i personaggi tipici del presepio, vengono deposte a tre metri di profondita'.
La sera della Vigilia, in una suggestiva cornice di fiaccole, i sommozzatori depongono le sculture che rappresentano la Sacra Famiglia.
Non lontano, un luminoso albero di Natale si immerge ed emerge alternativamente dall'acqua, augurando a tutti i presenti buone feste.

Ultimo aggiornamento: 23/01/2004
Copyright © 2000-2014 Parlandosparlando