Sayed Pervez Kambaksh

Sayed Pervez Kambaksh
Sayed Pervez Kambaksh

Storie di vite vissute, di liberta’ di parola e di pensiero; termini che ne sono piene costituzioni e libri, ma che spesso cozzano con la realta’ del mondo che ci circonda. Ancor di piu’ quando queste parole significano morte.
Al momento, che siano pensieri giusti o sbagliati non importa; quello che conta, invece, e’, nel rispetto degli altri, la liberta’ di poterli esprimere.

Sayed Pervez Kambaksh e’ un giornalista afghano di 23 anni, collaboratore del quotidiano locale Jahan-i Naw (Mondo Nuovo).

Sayed non ha provocato stragi. Sayed non e’ un terrorista. Sayed non e’ un assassino. Non e’ neppure un ladro.

Sayed e’ un giovane giornalista. Un ragazzo pieno di voglia di cambiare il suo mondo, come lo potrebbe essere un qualsiasi altro ragazzo della sua eta’, in una qualsiasi altra parte del mondo.

Ma Sayed Pervez Kambaksh non e’ un ragazzo di una qualsiasi altra parte del mondo, e’ un ragazzo di Kabul, ed e’ stato condannato a morte per il solo fatto di aver scaricato da internet un articolo di un giornale considerato dalla religione islamica come blasfemo.

L’articolo incriminato che il giovane Kambaksh aveva stampato da Internet era stato scritto da Arash ‘Bikhoda’ (“Ateo” in farsi): un giornalista iraniano che vive a Londra e pubblica i suoi scritti su un sito Internet (http://www.zandiq.com/indexen.htm) di ex-musulmani iraniani convertitisi all’ateismo militante e anti-islamico.

Sayed aveva scaricato questo articolo che parlava del fondamentalismo islamico per portarlo con se’ all’Universita’ di Balkh dove studiava giornalismo e discuterne con i compagni: aveva messo in dubbio l’interpretazione del Corano. Aveva messo in dubbio che mai il Corano avesse previsto la sottomissione delle donne, il loro stato di inferiorita’ rispetto al maschio, e che il Corano riservi solo ai maschi il diritto alla poligamia.

Ma proprio alcuni compagni avrebbero fatto scattare la denuncia e quindi l’arresto il 27 ottobre 2007: l’accusa e’ stata l’aver stampato e distribuito un testo scaricato da Internet che, secondo le autorita’, offendeva l’Islam; testo firmato dal giovane giornalista.
Kambaksh stesso nega nel modo piu’ assoluto di aver scritto o diffuso il testo. Molti giornalisti afghani sono convinti che il verdetto sia in realta’ rivolto contro il fratello maggiore di Sayed, Sayed Yaqub Ibrahimi, anch’egli giornalista, considerato uno dei piu’ autorevoli critici dei signori di guerra dell’Afghanistan settentrionale.

All’arresto e’ seguito il rapido giudizio e la condanna: una condanna alla pena capitale avvenuta con sentenza della corte islamica il 22 gennaio 2008 e confermata 1° febbraio 2008 anche dalla Camera alta del Parlamento afghano che ha emesso un comunicato ufficiale che giudica come legittima la condanna a morte per blasfemia inflitta in primo grado al giovane giornalista Sayed Pervez Kambaksh. Il documento, che non e’ frutto di una votazione dei senatori, reca la firma del presidente del Senato, Sibghatullah Mojaddedi, stretto alleato del presidente Hamid Karzai.

Sayed Pervez Kambaksh e’ stato condannato a morte dalla corte islamica non durante il regime talebano, ma durante il regime democratico di Karzai. Fatto che fa ancora di piu’ rabbrividire la comunita’ internazionale.

Il quotidiano inglese The Independent, la stampa internazionale, giornali italiani, Amnesty International e la Missione Onu in Afghanistan (Unama) si stanno mobilitando per tentare di salvare dalla pena capitale il giovane Sayed.
Anche il Parlamento europeo con una lettera del presidente Hans Gert Poettering indirizzata al presidente afghano Karzai ha gia’ sollecitato la sospensione della pena capitale inflitta al giovane giornalista.

Dall’altro, dimostrazioni sono state organizzate dai religiosi islamici contro le ingerenze esterne; dimostrazioni che si sono svolte nella citta’ settentrionale di Mazar i Sharif, dove Kambaksh e’ stato arrestato. “La gente deve capire“, ha dichiarato il primo segretario del Parlamento, Aminuddin Muzafari, “che siamo i rappresentanti di un paese islamico e quindi non possiamo tollerare insulti nei confronti della religione islamica“.

Contro Sayed si sono espressi sedici studenti dell’Universita’ di Balkh suoi compagni di corso, i Consigli degli Ulema delle province di Balkh e Kunduz e pure i talebani, che su un loro sito Internet hanno deplorato le nefandezze scritte dal ragazzo, appellandosi ai jihadisti e agli afghani coraggiosi affinche’ lo puniscano con durezza.

La mobilitazione internazionale ha fatto fare un parziale dietro-front al Senato afghano: con un comunicato letto dal suo segretario Aminuddin Muzafari, il Senato afghano fa sapere che:

La posizione della Camera alta in merito alla diffusione di articoli anti-islamici, scaricati da un sito iraniano, era che la camera alta approvava la persecuzione di tali atti da parte della magistratura. La natura della sentenza, considerata l’indipendenza della magistratura, dovrebbe poi spettare al tribunale responsabile“.
La Camera alta (Wolesi Girga) – tuttavia – tiene conto dei diritti dell’imputato, come il diritto ad avere un avvocato difensore, il diritto all’appello e altri diritti legali. In questo senso la conferma della sentenza capitale, nella delibera pubblicata recentemente e proveniente dalla Camera alta e’ stata un errore tecnico” .

Ora a Kambaksh potra’ ricorrere alla Corte d’appello sia contro la sentenza sia contro la condanna a morte, e successivamente andare alla Corte Suprema. In caso di sconfitta, potra’ rivolgere un appello per ottenere la grazia direttamente al presidente Karzai.

Il 7 settembre 2009 sembra essersi conclusa positivamente la vicenda: Kambaksh e’ stato liberato.

Ne da la notizia (“Free at last: Student in hiding after Karzai’s intervention”) il quotidiano britannico The Independent sul suo sito online con la precisazione che il giornalista e’ stato segretamente graziato dal presidente Hamid Karzai.
La notizia e’ stata poi confermata sia dal fratello che dal legale del reporter, l’avvocato Afzal Nooristani.
Per motivi di riservatezza e sicurezza non sono state fornite notizie certe, invece, circa il fatto se abbia o meno lasciato il paese.

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