Pensioni onorevoli

Pensionato povero
Pensionato povero

Pensioni da 3 a 10 mila euro al mese cumulabili con qualsiasi altro reddito, prese con soli cinque anni di mandato e gia’ a 50 anni.
E’ questo il vitalizio di cui godono gli ex parlamentari che pochi mesi fa hanno portato le pensioni minime (sociali) a 500 euro al mese; i lavoratori dipendenti, invece, come premio per una vita di lavoro, potranno andare in pensione con il 50% (circa) dello stipendio base (se si decide di non mettere la liquidazione nei fondi pensione): in soldoni, guadagni 1000 euro al mese di stipendio base, andrai in pensione con 500 euro al mese (lavorerai tutta una vita per passare la vecchiaia con la pensione sociale). I lavoratori devono stringere la cinta: occorre fare dei sacrifici perche’ i conti pubblici non sono buoni e i soldi per pagare le pensioni non bastano piu’.
Ma per i privilegi dei parlamentari non si sente parlare di nessuna riforma. Il privilegio non ha colore politico, tocca tutte le sponde partitiche, senza riguardi neanche per i limiti d’eta’.

E non solo, ma questo privilegio e’ anche cieco al merito e dispensa i suoi vantaggi a prescindere dalle prestazioni lavorative fornite, fino ad arrivare all’assurdo di far percepire una pensione di 3 mila e passa euro a ex-parlamentari che alla Camera hanno messo piede solo poche settimane e senza avere prodotto nemmeno una legge.

Le pensioni elargite (dati 2006)

Montecitorio (Camera dei Deputati) ha in carico 2005 pensionati (reversibilita’ comprese) che gli costano 127 milioni di euro a fronte dei 9 milioni 400 mila di entrate relative ai contributi versati dai deputati in carica.

Palazzo Madama (Senato della Repubblica) con le sue 1297 pensioni spende ogni anno quasi 60 milioni di euro a fronte dei 4 milioni 800 mila di entrate ricavate dai versamenti dei senatori in servizio.

Un’autentica voragine con un ‘buco’ nel 2006 pari a 174 milioni di euro … e chi copre il disavanzo?! Neanche a dirlo: lo Stato, ovvero noi con le nostre tasse.

E non basta, le pensioni dei nostri Parlamentari si cumulano con tutti i livelli di reddito, anche quelli piu’ ragguardevoli.

I privilegi del regolamento pensionistico

Deputati

Per i deputati e’ in vigore un regolamento approvato con una riforma dall’Ufficio di presidenza nel luglio del 1997. Recita che gli onorevoli il cui mandato parlamentare sia iniziato successivamente alla XIII legislatura del 1996 conseguono il diritto alla pensione al raggiungimento dei 65 anni. L’unico vincolo e’ quello della contribuzione: devono essere stati fatti versamenti per almeno cinque anni, quelli di una legislatura piena.

Cosi’, almeno per l’eta’ pensionabile, gli onorevoli sembrano allineati al resto della cittadinanza.

Ma si tratta di un’illusione. Fissato il limite ecco gli sconti.

Si’ alla pensione a 65 anni ma, attenzione, l’eta’ minima per il vitalizio scende di un anno per ogni ulteriore anno di mandato oltre i cinque. Sino a raggiungere il traguardo dei 60 anni.

Ma non e’ finita. Una gran parte dei deputati risulta eletta prima del 1996. Per loro resta valida la normativa in vigore prima della riforma. E cosa stabilisce questa normativa? Che si ha diritto al vitalizio all’eta’ di 60 anni, riducibili a 50 utilizzando tutti gli anni di mandato accumulati oltre i cinque minimi richiesti. Morale della favola? Con oltre tre legislature, per esempio 20 anni di contributi, si puo’ andare in pensione addirittura sotto i 50 anni.

Senatori

Ancora piu’ generosi si rivelano i senatori: sotto la spinta delle critiche degli anni Novanta, anche a Palazzo Madama hanno varato una riforma previdenziale con la quale gli eletti a partire dalla XIV legislatura del 2001 hanno diritto alla pensione solo a 65 anni e a condizione di aver svolto un mandato di cinque anni.

Ma si tratta di pura apparenza. Fatta la norma, cominciano le deroghe.

Anzitutto, per coloro che sono stati eletti prima del 2001, per i quali il privilegio antico di riscuotere il vitalizio a 60 anni con una legislatura, a 55 con due e addirittura a 50 anni dopo tre mandati, resta immutato.

Ma un trucchetto c’e’ anche per gli eletti del 2001: quelli che avranno collezionato un secondo mandato potranno anch’essi scendere a 60 anni.

Comparazione Parlamentari e cittadini

Da tutte le parti politiche si richiede rigore per risolvere il problema delle pensioni in Italia, alzandosi pressocche’ unanime il coro: In pensione a 60 anni se si vogliono veramente risanare i conti pubblici.
La stessa Confindustria aggiunge che con le nostre finanze disastrate non possiamo permetterci tanta generosita’.
Anche l’Unione Europea ci marca stretto e invoca misure draconiane per stoppare le pensioni d’anzianita’ facili e i trattamenti di favore.

Ma cosa balza evidente sfogliando i riservatissimi regolamenti pensionistici: i sacrifici previdenziali non sembrano riguardare i parlamentari. Le regole che si sono date stanno li’ a dimostrarlo, e allora…

Il comune cittadino

Il comune cittadino puo’ andare attualmente in pensione con 35 anni di contributi e 57 anni di eta’. Se lo scalone di Maroni non sara’ toccato dal governo Prodi, dal prossimo anno ci vorranno addirittura 60 anni.

Deputati e senatori

Deputati e senatori potranno invece affrontare la vecchiaia con il conforto di ricche pensioni-baby. Secondo i regolamenti di Montecitorio e Palazzo Madama il diritto al vitalizio si acquisisce versando le quote contributive (attualmente 1.006 euro mensili) per almeno cinque anni di mandato. Davvero una bella differenza con i 20 anni di contributi minimi richiesti ai cittadini per la pensione di vecchiaia.

E non basta.

I parlamentari hanno voluto annullare anche gli effetti dell’instabilita’ politica che in Italia, si sa, porta sovente alla chiusura anticipata delle legislature. Come? Decidendo all’unisono che in questi malaugurati casi 2 anni e sei mesi di effettivo incarico sono sufficienti per il diritto alla pensione. Basta pagare contributi volontari per i due anni e mezzo mancanti. E senza nemmeno affannarsi con i versamenti: agli onorevoli parlamentari e’ infatti permesso di saldare anche a fine mandato e in 60 rate.

Acquisito il diritto, si passa all’incasso. Naturalmente, sfruttando un altro privilegio legato al metodo di calcolo del vitalizio.

Il comune cittadino

A partire dal 1996, con la riforma Dini, i lavoratori italiani hanno dovuto dire addio al vantaggioso metodo retributivo, che ancorava la pensione ai livelli di stipendio della parte finale della carriera, per soggiacere ai rigori del contributivo, in base al quale l’ammontare della pensione e’ legato al valore dei versamenti effettuati nell’arco dell’intera carriera.

Deputati e senatori

Per i Deputati e i Senatori si calcola sulla base dell’indennita’ lorda (12 mila 434 euro) e degli anni di contribuzione.

A ciascun anno e’ legata una percentuale:

per cinque anni di mandato si ha diritto al 25 per cento dell’indennita’ (pari a 3 mila 109 euro lordi di vitalizio);
per 10 al 38 per cento (pari a 4 mila 725 euro);
per 20 al 68 per cento (8 mila 455 euro);
fino ad arrivare all’80 per cento dell’indennita’ per i 30 anni e oltre (9 mila 947 euro).

Con una ulteriore blindatura della base di calcolo: la cosiddetta clausola d’oro grazie alla quale il vitalizio si rivaluta automaticamente essendo legato all’importo dell’indennita’ del parlamentare ancora in servizio.

[Fonte: L’Espresso – Onorevole si dia un taglio – 01/02/2007]
[http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Onorevole-si-dia-un-taglio/1494889]