Nicola Calipari

Biografia

Nicola Calipari, nasce a Reggio Calabria il 23 giugno 1953, sposato e padre di due figli, laureato in giurisprudenza, era entrato in polizia nel settembre del 1979, come commissario in prova e assegnato alla questura di Genova come addetto alla Squadra Mobile.

Aveva diretto la Squadra Volanti. Nel 1982 fu trasferito alla questura di Cosenza dove rimase fino al 1989. In questo periodo ha ricoperto vari incarichi fino a dirigere la squadra mobile e a ricoprire il ruolo di vice Capo di Gabinetto. Nel 1988 ha effettuato un periodo di missione di tre mesi per collaborare con la National Crime Authority. Nel maggio 1989 fu trasferito alla Questura di Roma quale addetto e, dal 1993 e’ stato vice dirigente della Squadra Mobile. Nel 1996 fu promosso primo dirigente e dal marzo 1997 diresse il locale centro interprovinciale Criminalpol della questura di Roma.

Due anni dopo passo’ alla Direzione centrale per la Polizia Criminale con incarichi di direttore della terza e della seconda divisione del Servizio Centrale Operativo (SCO). Dal novembre del 2000 fu trasferito alla Direzione Centrale per la Polizia Criminale, con la funzione di vice consigliere ministeriale, alla direzione Centrale per la Polizia Stradale, Ferroviaria, di Frontiera e Postale. Nel marzo 2001 passo’ alla Questura di Roma come dirigente dell’Ufficio Stranieri fino all’agosto del 2002 quando avvenne il passaggio nei servizi segreti, in particolare al Sismi.

Era esperto in missioni impossibili: aveva gia’ condotto la trattativa che aveva portato al rilascio delle due Simone (Simona Pari e Simona Torretta) e sul lavoro era un perfezionista, preferendo intelligenza e passione all’uso della forza. Capacita’ professionali e umane che erano note ai colleghi delle forze dell’ordine e non.

Muore in missione a Baghdad, Iraq, il 4 marzo 2005, ucciso ad un posto di blocco americano mentre rientrava in Italia dopo la liberazione della giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena.

 

La cronologia degli eventi

4 Febbraio 2005

Un gruppo di uomini armati rapisce la giornalista del quotidiano Il Manifesto Giuliana Sgrena, dopo aver bloccato l’auto con a bordo la giornalista, il suo interprete e l’autista all’uscita dell’universita’ An-Nahrein di Bagdad. Giuliana Sgrena nelle quattro ore precedenti l’agguato aveva incontrato nella moschea sunnita al Kastal, posta all’interno dell’universita’, alcuni sfollati di Falluja. Poche ore dopo il sequestro, il gruppo l’Organizzazione per la Jihad islamica, rivendica via Internet il sequestro della giornalista e intima all’Italia di ritirare le sue forze dall’Iraq entro 72 ore.

5 Febbraio 2005

In un secondo comunicato di rivendicazione sul rapimento diffuso via Internet, un gruppo che si firma Organizzazione della Jihad nel paese di Rafidain (Mesopotamia) minaccia di eseguire il verdetto divino contro Giuliana Sgrena se entro 48 ore non ci sara’ un annuncio del governo italiano, il cui capo e’ il criminale Berlusconi, del ritiro dall’Iraq. In serata i rapitori diffondono un nuovo comunicato, annunciato come l’ultimo, in attesa che la commissione giuridica dell’Organizzazione della Jihad nel paese di Rafidain adotti la sua decisione nel futuro imminente.

6 Febbraio 2005

Da Bagdad il Consiglio degli Ulema sunniti lancia un appello per il rilascio di Giuliana Sgrena e definisce irragionevoli le condizioni poste dai suoi rapitori per il rilascio dell’inviata del Manifesto.

7 Febbraio 2005

Il gruppo di Abu Musab al-Zarqawi nega qualsiasi coinvolgimento nel rapimento. Lo rende noto Al Jazeera, citando un comunicato dell’organizzazione. Con un comunicato sul sito AlMassada.net, l’Organizzazione della Jihad islamica annuncia che la giornalista non e’ una spia e sara’ rilasciata.

8 Febbraio 2005

Su un sito islamico presunti mujaheddin annunciano l’uccisione di Giuliana Sgrena. Le Brigate dei Mujaheddin in Iraq hanno annunciato di aver giustiziato – si legge nel sito – la giornalista italiana Giuliana Sgrena dopo essersi assicurati che spiava i mujaheddin a vantaggio delle forze crociate americane. Al Jazira trasmette la versione in arabo del video realizzato dalla redazione del Manifesto per illustrare il lavoro della sua inviata e perorarne la liberazione.

10 Febbraio 2005

L’Organizzazione della Jihad islamica diffonde via internet un nuovo comunicato: Diamo al governo italiano 48 ore per annunciare un ritiro dall’Iraq, e’ la nostra condizione per dare informazioni sulla sorte della giornalista italiana Giuliana Sgrena.

15 Febbraio 2005

Il padre della giornalista rapita, Franco Sgrena, lancia un appello: Siamo preoccupati, sono passati 12 giorni e non sappiamo se Giuliana sia viva. Non abbiamo ne’ foto, ne’ immagini di lei e non abbiamo notizie sulle trattative.

16 Febbraio 2005

La tv di Dubai Al Arabiya trasmette un video in cui Giuliana Sgrena, in lacrime, le mani giunte in preghiera, si rivolge in italiano e in francese al suo compagno, Pier Scolari, e a tutti gli italiani: Aiutatemi, aiutatemi, la mia vita dipende da voi, fate pressioni sul governo italiano perche’ ritiri le truppe. Nel video, fatto recapitare dai suoi sequestratori alla tv dell’agenzia Associated Press, Giuliana Sgrena indossa una casacca verde, sullo sfondo c’e’ una parete bianca, in sovraimpressione la scritta Mujaheddin senza confini, una sigla sino a quel giorno sconosciuta.

19 Febbraio 2005

Il telegiornale della tv del Qatar Al Jazira mostra quattro foto delle sofferenze del popolo iracheno scattate da Giuliana Sgrena, raccolte in un video da Pier Scolari, e diffuse dal Manifesto. Per chiedere Liberate Giuliana e per dire Stop the war a Roma sfila un corteo che raduna 500 mila persone secondo gli organizzatori, 200 mila secondo le forze dell’ordine.

23 Febbraio 2005

Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi riceve al Quirinale Franco e Antonietta Sgrena, genitori di Giuliana, e Pier Scolari. Liberatela! Liberatela! e’ l’appello del Capo dello Stato.

1 Marzo 2005

Il ministro dell’ Interno dell’Iraq Falah Al-Naqib dichiara che Giuliana Sgrena e’ viva. Intervistato da una Tv satellitare araba, Al-Naqib aggiunge: Speriamo presto di avere buone notizie.

4 Marzo 2005

Al Jazeera annuncia la liberazione di Giuliana Sgrena.
L’autovettura dei servizi segreti italiani con a bordo Giuliana Sgrena e Nicola Calipari, giunta nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, dove l’attendeva un aereo per rientrare in Italia, in prossimita’ di un posto di blocco americano veniva fatta oggetto da quest’ultimi di numerosi colpi d’arma da fuoco. Muore Nicola Calipari e rimangono feriti Giuliana Sgrena e l’autista Andrea Carpani.

(Fonte: La Repubblica – Giuliana Sgrena, un sequestro lungo un mese: la cronologia – 04 marzo 2005)
(www.repubblica.it)

 

Il fatto

La sera del 4 marzo 2005 un’autovettura dei servizi segreti italiani con a bordo la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, e i funzionari del SISMI Nicola Calipari e Andrea Carpani, giunta nei pressi dell’aeroporto di Baghdad transitava in direzione di un posto di blocco americano.

La giornalista era stata appena rilasciata dai rapitori, a conclusione di una lunga trattativa condotta in prima persona dal Calipari (che aveva appena comunicato telefonicamente ad uffici del governo di Roma il felice esito dell’operazione e ne aveva informato anche l’ambasciata).

La strada su cui si trovavano, la Route Irish, era presidiata a causa delle frequenti azioni ostili nella zona (135 da novembre a marzo, per la maggior parte fra le 19 e le 21, l’ora in cui transitava l’auto del SISMI), ma soprattutto per il previsto passaggio dell’allora governatore di Baghdad.

All’approssimarsi del veicolo alla zona vigilata (Checkpoint 541), lo stesso fu fatto segno di numerosi colpi d’arma da fuoco; Calipari si protese per fare scudo col suo corpo alla giornalista Giuliana Sgrena e rimase ucciso da una pallottola che lo colpi’ alla testa. Anche la giornalista e Andrea Carpani (che era alla guida del mezzo) rimasero feriti.

A sparare pare sia stato il soldato speciale Mario Lozano, della New York Army National Guard, mitragliere al posto di blocco. Si e’ sospettato che anche altri soldati possano aver sparato.
Sono state prodotte due versioni dell’accaduto, una italiana ed una americana, fra loro contrastanti in molti punti.

(Fonte: Wikipedia – Nicola Calipari)
(http://it.wikipedia.org/wiki/Nicola_Calipari)

 

Le versioni

La ricostruzione secondo gli Stati Uniti

Secondo il governo statunitense, la cui versione è stata diffusa il 1 maggio 2005, l’auto su cui viaggiava la Sgrena viaggiava ad una velocità prossima ai 100 km/h. I militari del check-point 541 avrebbero seguito la procedura delle 4S, relativa alle regole di ingaggio (Rules of Engagement).

La procedura di ingaggio denominata 4S (detta anche procedura delle quattro S) eseguita dall’esercito americano presso un posto di blocco, allo scopo di fermare un auto o un qualsiasi veicolo ritenuto pericoloso, prevede, appunto, quattro fasi:

Shout (grida): i soldati, a 150 metri di distanza segnalano al conducente di fermarsi, attraverso segnalazioni manuali, grida, segnali luminosi;
Show (mostra): a 100 metri dal posto di blocco il conducente del veicolo viene colpito da un laser verde, per costringerlo a rallentare;
Shove (allontana): nel caso l’auto non avesse ancora rallentato, i soldati sparano alcuni colpi in aria;
Shoot (spara): quando il veicolo giunge alla pericolosa distanza di 50 metri, i soldati si ritengono autorizzati a sparare al fine di neutralizzare (se necessario anche ferire e uccidere) il presunto aggressore.

Dopo il loro arrivo dall’Italia all’Aeroporto Internazionale di Baghdad nel tardo pomeriggio del 4 marzo 2005, e dopo essersi occupati di alcune questioni amministrative, Carpani e Calipari si recano in un posto segreto nel Mansour District di Baghdad.
Alle 20:30 circa prendono in consegna la sig.ra Sgrena e ripartono per tornare all’Aeroporto. Durante questo tragitto, entrambi gli agenti fanno alcune telefonate a vari funzionari. Carpani parla principalmente con un suo collega che li stava aspettando all’esterno dell’aeroporto vicino al check-point 539.
Alle 20:45 circa, i 7 soldati al check-point 541 si trovavano ancora nella stessa posizione che avevano assunto alle 19:30, ora in cui avevano dovuto istituire in tutta fretta il posto di blocco, che era previsto dovesse durare per non piu’ di 15-20 minuti (e per cio’ con poche sicurezze sia per i soldati che per chi transitava), giusto il tempo tecnico per consentire il transito in sicurezza, in una strada adiacente, di un convoglio di VIP dell’Ambasciatore che, a causa del maltempo, si erano dovuto spostare tra Camp Victory e l’aeroporto di Baghdad in auto e non in elicottero; la posizione, poi, del posto di blocco era in una curva stretta che non aveva consentito un posizionamento ottimale dei veicoli, due HMMWV (uno utilizzato come veicolo di blocco, l’altro come veicolo di copertura). Le comunicazioni con il comando di brigata erano frammentate e discontinue per un problema al telefono VOIP del comandante, che non poteva informare quindi i componenti del check-point dell’avvenuto passaggio del convoglio e della relativa fine della missione.
Questi avevano gia’ fatto tornare indietro 15-30 veicoli senza problemi, e senza che nessuno di questi avesse mai oltrepassato piu’ di qualche metro la Linea di Allerta (la linea di fermo per i veicoli e le persone), anche se per fermarsi avevano dovuto far stridere le gomme.
Il soldato speciale Lozano era l’artigliere nel veicolo di blocco. Si trovava sulla torretta del veicolo, e teneva con una mano il suo M240B puntato all’ingiu’ e rivolto verso uno spazio erboso alla sua sinistra, e con l’altra il potente riflettore che doveva accendere il piu’ velocemente possibile all’avvicinarsi di un veicolo.
Mentre l’auto si avvicina alla rampa di entrata nella Route Irish, Carpani era impegnato al telefono cellulare ad aggiornare il collega che l’attendeva all’aeroporto sulla loro posizione e sul fatto che tutto stesse procedendo bene; la velocita’ stimata era di 70-80 Km/h. La luce interna dell’auto era accesa e il finestrino lato guida era mezzo aperto cosi’ da potersi accorgere di eventuali pericoli.
La sig.ra Sgrena e Calipari sedevano sul sedile posteriore e stavano conversando. L’atmosfera all’interno dell’auto era un mix di entusiasmo e di tensione perche’ il compito non era ancora terminato.
Alle 20:50 circa, il soldato Lozano vede l’auto avvicinarsi alla rampa, a circa 140 metri dalla sua posizione. Gli punta il riflettore che aveva nella sua mano sinistra e lo dirige sulla vettura prima che questa arrivi alla Linea di Allerta. Nello stesso momento il sergente Domangue vede i fari della macchina che sopraggiungeva ed il riflettore di Lozano che la illumina, e gli fissa il puntatore laser sul parabrezza della macchina. Entrambi si accorgono che l’auto stava viaggiando ad una velocita’ superiore ai 50 Km/h che, pochi istanti dopo, attraversa la Linea di Allerta sempre diretta verso la posizione dei soldati senza rallentare.
Il soldato Lozano continua a puntare il riflettore e intima gridando al veicolo di fermarsi; ma l’auto ha continuato ad avvicinarsi senza rallentare. Lorenzano, tenendo ancora il riflettore puntato con la mano sinistra, ha usato la destra per fare rapidamente fuoco due-quattro volte come avvertimento in una zona erbosa alla destra del veicolo che stava arrivando; il veicolo continuava a mantenere la stessa velocita’ superando anche la seguente Linea di Avvertimento predisposta. A questo punto il soldato speciale Lozano lascia cadere il riflettore e impugna con entrambi le mani l’arma, sparando un’altra raffica questa volta al lato passeggero verso il motore nel tentativo di metterlo fuori uso. I colpi hanno raggiunto la fiancata destra e la parte anteriore dell’auto, hanno fatto sgonfiare la gomma anteriore sinistra e fatto scoppiare i finestrini laterali.
Carpani ha reagito dicendo al telefono ci stanno attaccando, senza sapere chi gli stesse sparando; ha schiacciato i freni, si e’ rannichiato nel lato sinistro dell’auto ed ha lasciato cadere il telefono. L’auto rallenta e comincia a fermarsi e il mitragliere cessa il fuoco.
Sono trascorsi quattro secondi tra la prima e l’ultima raffica di spari. Non piu’ di sette secondi dal momento in cui l’automobile ha attraversato la linea di allerta fino al momento in cui si e’ fermata.

Il rapporto americano era inizialmente uscito con numerose censure (omissis), per circa un terzo della relazione, che mascheravano, sotto strisce nere, i nomi dei soldati implicati ed altri dettagli.

Rapporto USA caso Calipari (PDF in inglese) (Fonte: Macchianera.net – Il rapporto Calipari)
(www.macchianera.net/2005/05/01/il_rapporto_calipari_senza_omi.html)

Rapporto Usa caso CALIPARI senza omissis (PDF in inglese) (Fonte: Macchianera.net – Il rapporto Calipari)
(www.macchianera.net/2005/05/01/il_rapporto_calipari_senza_omi.html)

Rapporto USA Caso CALIPARI senza omissis (PDF in italiano) (Fonte: Corriere della Sera – I rapporti ufficiali del caso Calipari)
(www.corriere.it)

La ricostruzione secondo l’Italia

Quanto segue rappresenta cio’ che e’ stato possibile individuare per quanto riguarda lo sviluppo dell’evento, sulla base delle testimonianze dei protagonisti.
Alle ore 20:45 circa del 4 marzo 2005, i 7 soldati in servizio presso il Blocking Position 541 (BP 541) si trovavano nelle stesse posizioni che occupavano sin dalle 19:30. Era trascorsa quindi un’ora e un quarto dall’attivazione del Blocking Position (BP), che era stato montato in tutta fretta senza che le procedure per la messa in sicurezza, sia dei soldati che di chi transitava, fossero state approntate, essendo i primi esposti senza protezioni ad attentati (frequentissimi in quella fascia oraria) e impossibilitati ad esser visti con sufficiente anticipo da chi transitava (considerato che si trovavano all’uscita di una rampa d’accesso ed in curva), nella considerazione che doveva rimanere in essere soltanto per una quindicina di minuti, il tempo di poter far transitare in sicurezza il convoglio dell’ambasciatore dalla base militare di Camp Victory all’aeroporto; i militari risentivano quindi comprensibilmente di una crescente tensione.
Trattandosi di un Blocking Position (Punto di blocco stradale) e non propriamente di un Check Point (Punti di controllo del traffico) la missione dei soldati era quella di fermare tutti i veicoli che sopraggiungevano e di fargli fare inversione di marcia.
Quella sera erano riusciti a far fare inversione a un certo numero di veicoli, anche se avevano causato pure un tamponamento a catena.

Veicolo HMMWV
Veicolo HMMWV

Il Blocking Position (BP) era composto da 7 militari e due veicoli HMMWV, uno utilizzato come veicolo di blocco, l’altro un po’ defilato come veicolo di copertura.

Il soldato speciale Mario Lozano, che cinque giorni prima, il 27 febbraio 2005, era stato riaddestrato all’uso della mitragliatrice M240B, si trovava nella torretta quale mitragliere del veicolo di blocco. Egli era anche responsabile dell’impiego della torcia ad alto potenziale e della mitragliatrice M240B.

La Toyota Corolla con a bordo il conducente Carpani, il Dott. Calipari e la signora Sgrena, stava dirigendosi verso l’aeroporto di Baghdad. La vettura proveniva, diretta a Sud, dalla Route Vernon e si dirigeva verso la rampa della Route Irish in direzione Ovest.
Il conducente della Toyota non ricorda di avere controllato il tachimetro nei pressi della rampa, ma ricorda che procedeva a velocita’ costante pari a circa 70 Km/h prima di entrare in una enorme pozza d’acqua in un sottopasso a circa 1,2 Km dalla rampa.
La signora Sgrena concorda sul fatto che prima di imbattersi nella pozza la vettura andasse a “velocita’ normale”. All’uscita dalla pozza d’acqua la marcia aveva subito un sensibile rallentamento. I fari e la luce interna di cortesia del veicolo erano accesi e il finestrino lato guida era abbassato a meta’. La Toyota Corolla disponeva di un impianto frenante anti-bloccaggio.

La strada era bagnata e il conducente, uscendo dal sottopassaggio allagato, come gia’ detto, aveva prudentemente rallentato l’andatura nel timore di incontrare ulteriori allagamenti. Tale affermazione e’ confermata da quella del funzionario del SISMI che li attendeva all’ingresso dell’aeroporto, in quel momento in contatto telefonico con il conducente.
Apprestandosi ad affrontare la rampa d’uscita dall’autostrada il conducente ha ulteriormente rallentato. Entrambi i rallentamenti d’andatura sono stati percepiti, e lucidamente ricordati, perfino dalla signora Sgrena, che in quel momento non era certo interessata allo stile di guida.

In merito alla velocita’ tenuta dalla Toyota le testimonianze dei militari statunitensi, che hanno sparato o che comunque hanno avuto un ruolo o una responsabilita’ nella sparatoria, pur simili tra loro, appaiono contraddittorie e non univoche (la velocita’ della vettura viene stimata, con pretesa precisione, da ognuno in maniera diversa: si va dai 50 mph a 80 mph) e sembrano viziate da fattori emotivi; ad esempio, che ha sparato si e’ sentito minacciato e ha detto di aver pensato alle figlie piccole nel mentre contava freneticamente i secondi, osservava lo spazio percorso dalla vettura, svolgeva operazioni matematiche necessarie a calcolare la velocita’ del veicolo che si avvicinava inesorabile, urlava a squarciagola ma nessun altro soldato ha sentito le grida per farsi sentire dal conducente della Toyota, azionava con la mano sinistra il faro pesante cercando di illuminare il conducente della vettura, sparava con la mano destra colpi d’avvertimento in mezzo al prato alla sua sinistra, buttava via la lampada cambiando contestualmente le condizioni di illuminazione della rampa, imbracciava la mitragliatrice con entrambi le mani, la girava verso la vettura ormai giunta a una distanza troppo ravvicinata per una sospetta autobomba, mirava e sparava avanti alla vettura per cercare di colpire motore e ruote. Il tutto in una manciata di secondi.

L’unica possibilita’ che avevano i conducenti delle vetture in arrivo di capire che forse c’era un blocco stradale era basata sulla capacita’ dei soldati statunitensi di attirare la loro attenzione indirizzando sugli abitacoli dei veicoli i segnali luminosi, operando al momento giusto e nel punto giusto.
Cio’, ovviamente, avrebbe richiesto, oltre a notevoli capacita’ di coordinamento nei movimenti da parte dei soldati americani, anche un elevatissimo e costante livello di attenzione. In particolare, un’attenzione continua, per un periodo prolungato, da parte dei due mitraglieri, che dovevano mantenere sotto costante vigilanza l’inizio rampa.

Il faro ad alto potenziale adoperato dal mitragliere Lozano era del tipo ad azionamento manuale mediante interruttore a grilletto da tre milioni di candele, alimentata attraverso un cavo di collegamento all’impianto elettrico del veicolo di blocco. I soldati del Blocking Position 541 non sapevano che gli italiani si stessero avvicinando.

Mentre la Toyota Corolla si avvicinava alla rampa, il conducente era in collegamento telefonico costante (via cellulare) con il suo collega all’ingresso dell’aeroporto tenendolo permanentemente aggiornato sulla situazione, secondo consolidata procedura di sicurezza; per ovvi motivi il suo livello di attenzione era alto. Il dott. Calipari stava parlando anch’egli a un telefono cellulare. Ne’ il conducente ne’ il dott. Calipari erano a conoscenza del fatto che la rampa per la Route Irish fosse bloccata da un Block Point.

Checkpoint 541
Checkpoint 541

Il conducente era comunque al corrente del fatto che la rampa era semi-ostruita dalle barriere Jersey (disposte perpendicolarmente rispetto al bordo stradale e di lunghezza tale da occupare circa meta’ della carreggiata disponibile), da prevedibili ampie pozzanghere d’acqua e temeva che ci potevano essere trappole esplosive collocate in corrispondenza del bordo stradale.

Peraltro, il conducente era al corrente del fatto che gli americani, talvolta, ricorrevano a questi tipi di blocchi stradali senza segnali ne cartelli indicatori, definiti “Illegal Checkpoints” nel gergo della comunita’ occidentale a Baghdad, conosceva le loro modalita’ operative e sapeva che poteva imbattersi in uno di essi. Il dott. Calipari e il conducente, inoltre, erano stati avvertiti dal Vice Comandante del Corpo d’Armata Multinazionale della pericolosita’ rappresentata dal personale di pattuglia del contingente americano e del nervosismo recentemente dimostrato da quest’ultimo ai Checkpoints.

A un certo punto della rampa, il conducente vide una luce alla sua destra, piu’ in alto di quella che normalmente e’ l’altezza media dei veicoli, ma non ne fu accecato.
I due mitraglieri erano gli unici soldati posizionati in modo da poter vedere il veicolo in arrivo al momento della sparatoria.
Il mitragliere Lozano del veicolo di blocco sparo’ almeno due raffiche ravvicinate con la sua M240B, una breve, una lunga.
I primi proiettili che il conducente della Toyota vide provenivano da destra.
Il veicolo aveva superato la Linea di Avvertimento, quando fu colpito da proiettili calibro 7,62 mm.
I proiettili colpirono il lato destro e la parte anteriore della vettura.
Il mitragliere Lozano sparo’ piu’ di 11 colpi. Gli undici proiettili calibro 7,62 mm., che hanno colpito la vettura, provenivano, secondo i periti legali, dalla medesima M240B (numero di serie U87744), ossia quella impiegata dal mitragliere Lozano.

Mentre vedeva i traccianti venirgli addosso, e sentendo i proiettili che colpivano il mezzo, il conducente freno’ repentinamente il veicolo, lascio’ cadere il cellulare, e si raggomitolo’ sul lato sinistro del sedile di guida in quanto continuavano ad arrivare colpi.
I traccianti apparivano di colore rosso.
Il pneumatico anteriore sinistro del veicolo fu colpito da un proiettile, ma il conducente non si accorse di tale ultima circostanza.
Il veicolo si fermo’ in pochi metri di frenata in modo tale che la prima barriera Jersey era allineata con il veicolo tra gli sportelli anteriori e quelli posteriori.

Tutte le dichiarazioni rese dai soldati indicano che il veicolo di blocco e quello di copertura si trovavano sulla rampa quando furono esplosi i colpi. Le dichiarazioni rese dal conducente non contraddicono questo punto, ancorche’ siano compatibili anche altre possibili versioni.

Rapporto Italia caso Calipari (PDF) (Fonte: Corriere della Sera – I rapporti ufficiali del caso Calipari) (www.corriere.it)

 

Il racconto di Carpani

Alle 15,30 una volta atterrati ci attende il generale Marioli, vice comandante delle Forze multinazionale ed il suo aiutante capitano Green, statunitense. Siamo saliti su una macchina e andiamo al comando militare a prendere i permessi dotati di foto, dati anagrafici, grado militare e le armi per la difesa personale. L’ufficio che a quell’ora e’ chiuso era stato tenuto aperto per attendere noi ed erano tutti presenti. I badge vengono firmati dall’ufficiale americano responsabile. Ci attendeva una Toyota Corolla, una vettura scelta apposta per il basso profilo. Sono le 17 ed io e il dottor Calipari usciamo da soli in direzione Baghdad. Percorriamo questa strada con andamento tranquillo perche’ il dottor Calipari attende una telefonata che dara’ indicazioni sul luogo dove dovremo incontrare l’ostaggio, la telefonata arriva dopo mezzora mentre percorriamo quest’ultimo tratto di strada. Calipari mi dice che il luogo del contatto e’ il quartiere di Mansur, zona periferica. Ci portiamo sulla Ramadam street, ci fermiamo sul lato destro e accendiamo le quattro frecce, questo e’ il segnale per farci individuare e a quel punto inizia l’attesa. Noi non potevamo individuare nessuno ma dovevamo fare di tutto per farci riconoscere. Sono le 18 ed inizia a piovere per una buona mezzora. Dopo un ora di permanenza si avvicina un Pickup con due persone a bordo, uno tira giu’ il finestrino e con una mano davanti alla faccia mi dice “follow me”. Da quel momento inizia un percorso dentro le stradine del quartiere finalizzato ad assicurarsi che con noi non ci fossero militari o una scorta ma anche a disorientarci.
Io mi rendevo conto di dove mi trovavo, ma non saprei dire esattamente quali strade fossero. Abbiamo girato per circa mezzora.
Il Pickup si ferma ed indica un vicolo a sinistra e poi riparte. Il vicolo era buio e noi ci chiediamo “ma dove siamo?”. Mi fermo e non entriamo li’, abbiamo paura che possa essere una trappola. Loro tornano indietro e ci indicano una seconda volta la strada, a quel punto entriamo. La strada e’ buia e vediamo in fondo sulla destra una macchina parcheggiata. Non c’e’ nessuno. Scendiamo e armiamo le due pistole, la prima cosa che dico a Calipari e’ “non apra le porte e non apra il baule”. Lui guarda dentro e dice “qui non c’e’ niente”. Io rimango in posizione di copertura del mio direttore, lui piano piano e lentamente apre la portiera e poi dice “e’ qui”. Era coperta da un mantello ma completamente ferma.

La Sgrena, cosi’ poi lei raccontera’: Io stavo aspettando su una macchina che mi avevano detto imbottita di tritolo quindi avevo molta paura, poi sopra di me c’era un elicottero americano che volava e siccome i rapitori mi avevano detto che loro avevano assicurato di farmi arrivare viva in Italia ma gli americani no, quindi ero veramente terrorizzata anche perche’ non sapevo se veramente sarebbero venuti a prendermi se italiani oppure no.

Calipari fa salire la Sgrena in macchina e lui si siede dietro insieme a lei e io dico “attenzione c’e’ un uomo in fondo alla strada!”. Stava telefonando, con ogni probabilita’ stava comunicando a qualcuno che l’operazione era conclusa. Ripartiamo, percorro la strada a caso e cerco di orientarmi, il dottor calipari fa la prima telefonata. Quando individuo la Saddam Tower mi oriento.
La cosa piu’ sicura da fare e’ andare verso l’aeroporto, se fossimo andati all’ambasciata italiana avremmo dovuto attraversare i quartieri pericolosi della citta’, inoltre l’ambasciata era continuamente sottoposta ad attacchi. Telefono al collega che ci stava aspettando insieme ad un gruppo di persone all’aeroporto. Al tramonto l’ingresso dell’aeroporto chiude e viene ostruito con carri armati e cavalli di Frisia e ci vuole tempo per aprire i varchi, non volevo rischiare di rimanere fermo li’ davanti completamente esposti ad atti di terrorismo. Erano le 20,30 e ci sarebbero voluti venti minuti per arrivare. In quel momento il generale Marioli, il capitano Green e altre persone ci stavano aspettando. La macchina ha il cambio automatico e procede senza fretta.
La strada ovviamente era bagnata perche’ aveva finito di piovere poco prima, diciamo un’oretta prima e stavo percorrendo la corsia di sinistra dell’imbocco che dalla strada principale porta verso l’aeroporto. Tutto il lato destro della strada, perche’ e’ leggermente inclinato il piano stradale, presentava una presenza d’acqua di 15-20 centimetri. Quindi comunque sia non si poteva mantenere l’andatura. Inoltre, in questo tratto di strada, nonostante si vede la presenza dei lampioni in realta’ questi non funzionano e la strada era al buio.
La mia stima e’ che andavo tra i 40 e i 50 chilometri all’ora.

Mentre stavo guidando io ho visto improvvisamente una luce che mi e’ stata accesa ad una distanza che io ho stimato ma posso sbagliare di circa 30-40 metri non di piu’. Nel momento in cui ho visto il faro che si e’ acceso ho istintivamente sicuramente portato il piede al freno, perche’ nel momento in cui, e sono sicuro di questo, ho fermato la macchina e’ iniziata l’azione di fuoco perche’ e’ stata contestuale e istintivamente mi sono piegato e mi e’ caduto il telefonino.
Ho appoggiato le mani al vetro perche’ volevo farle vedere libere e ho urlato: “siamo dell’ambasciata italiana” in italiano, “we are italian ambacy” in inglese.

Loro, ovviamente come sempre, hanno dato quale ordine? Innanzitutto di non parlare, di stare fermo finche’ si sono avvicinati diciamo ormai al cofano della macchina.
Quando loro mi hanno detto di scendere dalla macchina io ho tenuto la mano destra fuori, ho aperto la macchina, e mentre scendevo ho preso il telefonino.
Perche’ io la prima cosa che ho fatto dopo che mi e’ caduto il telefonino, ho perso la comunicazione con il collega che avevo chiamato che era in aeroporto e avendolo in mano ma non lo avevo fatto vedere, non ho fatto altro che schiacciare l’ultimo numero chiamato per ricollegarmi con lui perche’ volevo chiedergli … volevo dargli la mia posizione esatta per farli venire in nostro aiuto, loro che stavano in aeroporto.
Io quindi scendo, mi prendono dalle spalle e mi portano via.

Tenendomi dalla testa per non farmi vedere, diciamo, la scena mi portano via.
E io l’unica persona che vedo concretamente scendere e’ la Sgrena perche’ due militari, dalla porta posteriore sinistra, la fanno scendere, la estraggono, io ho avuto l’impressione, come ho detto, che potesse essere morta perche’ l’hanno estratta di peso facendola scendere sul manto stradale e sdraiandola, soltanto un buon quarto d’ora dopo, ho potuto capire che era viva perche’ l’hanno messa in ginocchio e le stavano parlando, mentre ho potuto vedere soltanto il corpo del Dott. Calipari mentre lo facevano scendere dalla sua portiera.
Questo e’ quello che ho visto io, per altro, mentre stavo ancora per terra, cosa e’ successo, nessuno voleva parlare con me, ovviamente, perche’ in quei momenti devono fare la verifica di tutto quanto, quando mi e’ stato chiesto chi ero, gli ho spiegato subito, per farci identificare, guardate che nel cassetto della macchina ci sono i nostri badge, controllatelo.
Io ho avuto l’impressione che a sparare in quel momento fossero piu’ armi, non saprei dire un numero, pero’ sicuramente hanno parlato tra di loro, posso anche dire e questa e’ stata la mia impressione netta, che sotto il profilo biosofico, io ho sentito dei toni piu’ alti e dei toni piu’ bassi, ho avuto l’impressione che a sparare fossero state due armi distinte, delle armi distinte di calibro proprio differenti.
Secondo me hanno sparato da una distanza che non era ravvicinata, perche’ io ho avuto la percezione e lo ricordo proprio in maniera viva, l’arrivo dei colpi cioe’ io i colpi li ho visti arrivare, erano traccianti di colore rosso.

(Fonte: Report – L’ultimo giorno)
(www.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-e13666ea-fcdb-4189-86ae-417b743277dd.html)

Le discordanze

Questi sono i principali punti di divergenza tra la versione americana e italiana sui tragici fatti occorsi la notte del 4 marzo 2005, alla luce delle testimonianze e dei rapporti delle commissioni di inchiesta. Maggiori e piu’ dettagliate informazioni si potranno leggere successivamente nel paragrafo esiti delle commissioni di inchiesta.

La 1° divergenza e’ relativa alla velocita’ alla quale si muoveva il veicolo italiano. Questa e’ la discordanza principale fra le due versioni. L’importanza di questo fattore risiede nella motivazione dell’azione dei soldati, che li avrebbero (se fosse davvero stato veloce) potuti confondere con un possibile attacco mediante auto-bomba, tecnica molto in uso.
Secondo il rapporto USA, l’automobile non ha proprio rallentato. Viene citato un sergente del check point secondo il quale l’auto viaggiava a 80 chilometri orari. L’autista italiano avrebbe detto in seguito a un soldato Usa di essere stato preso dal panico sentendo i colpi e di aver accelerato.
Secondo il rapporto Italia, l’ufficiale alla guida alla Toyota ricorda di aver proceduto a velocita’ costante di circa 70 chilometri l’ora prima di incontrare una pozza d’acqua che lo ha costretto a rallentare.

La 2° divergenza riguarda la richiesta di arresto del mezzo per controllo, che secondo gli americani sarebbe stata operata correttamente, mentre secondo gli italiani non vi sarebbe stata affatto, mancando la segnaletica e non essendovi stati cenni o altre indicazioni in questo senso.
Secondo il rapporto USA, infatti, all’avvicinarsi della macchina con gli italiani, il mitragliere ha illuminato l’auto con una faro, ha puntato un laser pointer verde contro il parabrezza e ha sparato colpi di avvertimento, prima di colpire a morte Calipari. I soldati non avevano collocato segnali, filo di ferro o barriere mobili di fronte al posto di blocco in quanto temporaneo (doveva durare per non piu’ di 15 minuti).
Secondo il rapporto Italia, non puo’ esserci nessuna giustificazione per la mancanza di avvertimenti, segnali di stop, di pericolo o della piu’ elementare misura precauzionale sia per il traffico civile che per i militari stessi.

La 3° divergenza riguarda l’essere o meno informati della missione italiana.
Se secondo gli italiani le forze americane erano state correttamente avvertite, dall’altra parte si e’ ribattuto che gli italiani non avevano invece dato avviso alcuno delle loro attivita’ nella zona.
Secondo il rapporto USA, il comando Usa non era a conoscenza della liberazione e del trasporto dell’ostaggio fino al momento della sparatoria. L’ufficiale militare italiano a Baghdad ha detto al suo omologo americano circa 20 minuti prima dell’incidente che ci sarebbe stata probabilmente un operazione riguardante l’ostaggio, aggiungendo pero’ che sarebbe stato meglio che nessuno lo venisse a sapere.
Il non coordinarsi con il personale Usa e’ stata una decisione consapevole da parte degli italiani, che consideravano il recupero dell’ostaggio una missione di intelligence e una questione nazionale. Mentre l’operazione di recupero dell’ostaggio potrebbe essere stata un successo, un precedente coordinamento avrebbe potuto evitare questa tragedia.
Secondo il rapporto Italia, anche se la catena di comando Usa non conosceva formalmente i dettagli della missione di Calipari, era certamente a conoscenza del suo arrivo perche’ risiedeva all’interno di Camp Victory.
Divulgare dettagli sulla missione di recupero avrebbe potuto essere controproducente e in ogni caso non avrebbe necessariamente influenzato il corso degli eventi.
L’incidente e’ avvenuto piu’ di due ore prima del coprifuoco, e gli stranieri a Baghdad, compresi i diplomatici e uomini d’affari, non comunicano, ne’ sono richiesti di comunicare, i loro spostamenti alle forze della coalizione, anche perche’, oltre che inutile, sarebbe di fatto impossibile per le pattuglie americane tenere il conto degli itinerari, degli orari, delle persone, del tipo delle autovetture.

La 4° divergenza riguarda la durata dell’incidente, dove, secondo il rapporto USA, sarebbero trascorsi quattro secondi tra la prima raffica e l’ultima raffica di spari, e non piu’ di sette secondi dal momento in cui l’automobile ha attraversato la linea di allerta (da dove erano obbligatori i segnali di avvertimento) fino al momento in cui si e’ fermata.
Secondo il rapporto Italia, invece, la distanza e tempi di reazione tra l’accensione del faro, i colpi di avvertimento e la decisione di aprire il fuoco sono stati eccessivamente brevi. L’autista e la Sgrena hanno detto che i colpi sono partiti praticamente insieme all’accensione del faro.

La 5° divergenza riguarda la scena dell’incidente colpevolmente ripulita prima che potessero essere fatti i rilievi.
Secondo il rapporto USA, l’indagine e’ stata purtroppo limitata dalla rimozione dell’automobile dopo la sparatoria, rendendo impossibili rilievi accurati sulla traiettoria dei proiettili, la velocita’ del veicolo e distanza dell’arresto della macchina. Anche i bossoli dei proiettili sono stati rimossi.
Secondo il rapporto Italia, l’Italia ha criticato gli Usa per aver rimosso prove importanti per l’inchiesta, rendendo impossibile ricostruire i fatti.

La 6° divergenza riguarda ovviamente l’attribuzione delle responsabilita’.
Secondo il rapporto USA, si assolvono i soldati Usa, in quanto hanno seguito le regole di ingaggio.
Secondo il rapporto Italia, si sottolinea come i militari del posto di blocco erano sotto stress e inesperti, presidiando un checkpoint senza possibilita’ di garanzie per i veicoli in avvicinamento.

Al fine di stabilire cosa sia veramente accaduto, negli Stati Uniti e’ stata istituita una commissione d’inchiesta, ai cui lavori sono stati ammessi osservatori italiani nell’intento di produrre una relazione conclusiva comune, che potesse fugare qualsiasi dubbio circa la correttezza nei rapporti fra le due nazioni, giusta quanto ora detto circa gli umori popolari in Italia.
In Italia, la magistratura ha incontrato difficolta’ ed impedimenti nello svolgimento della funzione inquirente a causa del particolare status della zona in cui si sono svolti i fatti, che risultava essere territorio iracheno sottoposto a controllo militare e sovranita’ di fatto statunitense; negato dagli Stati Uniti il permesso di far analizzare a tecnici della polizia scientifica italiana il veicolo su cui viaggiava Calipari, i giudici hanno dovuto attendere la conclusione dei rilievi americani per poter avere a disposizione il mezzo. Il diniego, motivato con esigenze di natura militare, ha di fatto provocato lo scadimento del valore probatorio del reperto, rendendo l’esame assai meno attendibile.

 

Esiti delle commissioni d’inchiesta e commenti

Esito della commissione d’inchiesta degli Stati Uniti

Secondo l’indagine interna svolta dai militari degli Stati Uniti, riguardante la morte dell’agente dei servizi segreti italiani Nicola Calipari, i soldati americani accusati del fatto sono stati assolti.
Nessun militare statunintense era stato informato dal governo italiano che la missione di salvataggio dell’ostaggio sarebbe avvenuta il 4 marzo 2005.
L’assenza di coordinamento con il personale americano e’ stata una decisione consapevole da parte degli italiani, in quanto consideravano il recupero dell’ostaggio una missione dei servizi segreti e una questione nazionale.
In base ai precedenti sforzi di coordinamento perfettamente riusciti e di collaborazione con organizzazioni di diverse agenzie al di fuori della loro catena di comando, e’ chiaro che sebbene l’operazione di recupero dell’ostaggio sia riuscita, un coordinamento a priori poteva evitare questa tragedia. L’Iraq e’ un ambiente ostile, cioe’ una zona da combattimento, e quando piu’ si usa il coordinamento per aumentare la consapevolezza della situazione di quelli che operano nella zona di combattimento, tanto meglio e’ per tutti gli interessati.

In sintesi, l’inchiesta effettuata dai militari americani ha concluso che la sparatoria avvenuta il 4 marzo 2005 al posto di blocco 541 presso l’aeroporto di Baghdad e’ stata un tragico incidente.

Un ufficiale americano, che e’ voluto restare anonimo, ha dichiarato che tutti i soldati si erano attenuti alle procedure operative standard per quei posti di blocco e percio’ non erano incolpabili di violazione delle consegne nel seguire le loro procedure.

(Fonte: World News Australia – Calipari shooters cleared – 26 aprile 2005)
(www.worldnewsaustralia.com.au)

Esito della commissione d’inchiesta dell’Italia

Quello che si sta’ per leggere e’ lo stralcio dei punti salienti del verbale redatto dalla commissione d’inchiesta italiana.

L’ufficiale americano che era stato incaricato di istituire velocemente il Blocking Position 541 (BP 541) riteneva di dover mantenere la posizione per un arco di tempo contenuto. In breve, tenuto conto di cio’ che l’ufficiale doveva considerare, egli ha preso quella che ha ritenuto essere la decisione migliore nel predisporre il Blocking Position (BP) per l’esecuzione della missione.
Non ha, tuttavia, tenuto in alcuna considerazione il punto di vista dei conducenti delle vetture in arrivo ne’ ha dato luogo al piazzamento di segnali od ostacoli, come invece e’ previsto che si faccia ai Check Points (TCP – Traffic Control Points). Pertanto, col passare del tempo, quando ormai era chiaro che non c’era piu’ nessun motivo per ritenere che il Blocking Position (BP) sarebbe durato poco, il sottotenente non ha provveduto a migliorare in alcun modo l’efficienza della postazione, evidenziando efficacemente la presenza dei suoi uomini e mezzi nonche’ lo scopo della missione. Ne’ ha tenuto conto che, con il passare del tempo, la soglia di attenzione si abbassa e che sarebbe stato meglio sostituire i mitraglieri, dal momento che tutto il funzionamento del Blocking Position (BP), cosi’ come da lui disposto, si basava sulla costante, massima attenzione alle macchine in arrivo da parte dei mitraglieri e sulla loro capacita’ di reazione.

La torcia manuale ad alto potenziale e il puntatore laser verde sono stati i soli dispositivi di preavviso impegnati. Erano gia’ stati utilizzati in precedenza. La loro efficacia e’ subordinata alla capacita’ e all’attenzione dei mitraglieri, nonche’ al loro piazzamento (ad esempio, il fatto che la luce laser non e’ stata vista, ammesso che sia stata usata, non meraviglia, poiche’ e’ molto difficile puntare correttamente sull’abitacolo di una vettura in movimento avendo a disposizione pochissimi secondi).
Utilizzando tali dispositivi, la sicurezza di quanti sopraggiungono in prossimita’ di un posto di blocco e’ affidata quasi esclusivamente al grado di attenzione dei mitraglieri: una breve distrazione di questi ultimi e si finisce per diventare automaticamente e inconsapevolmente delle minacce da fermare con le armi.

Sicuramente la decisione di non usare segnali stradali e nemmeno barriere fisiche (coni riflettenti, cavalli di frisia, fasce chiodate, concertina) per preannunciare e poi impedire l’imminente pericolo di entrare inconsapevolmente nella zona di tiro ha rappresentato una soluzione meno attenta alle esigenze di quanti sopraggiungono presso il Blocking Position (BP).

D’altra parte anche la decisione di costringere le macchine in arrivo a effettuare una inversione su di una rampa, a senso unico, di congiunzione tra due autostrade e’ suscettibile di implicazioni di segno negativo per la sicurezza del traffico veicolare. Ne e’ la dimostrazione il tamponamento causato quella sera dal Blocking Position 541 (BP 541) e ne e’ prova quanto dichiarato da un’altro militare di quella sera, nella vita civile poliziotto di New York, che quando gli e’ stato chiesto se avesse considerato la pericolosita’ di far invertire la marcia ai civili che sopraggiungevano ha lapidariamente e significativamente risposto qui in Iraq tutto e’ pericoloso.

La delegazione statunitense, a sorpresa, ha autonomamente svolto un esperimento tecnico per accertare la velocita’ media dei veicoli civili che, dalle 19:46 alle 20:15, impegnavano la rampa all’altezza dell’Alert Line, cosi’ come stabilita la sera del 4 marzo 2005. La delegazione italiana ha cosi’ potuto apprendere che le vetture civili superavano l’Alert Line a una velocita’ media di circa 45 mph. Tanto premesso si esprime perplessita’ su alcuni punti.
Non si capisce, infatti, perche’ nell’allestimento del Blocking Position (BP) e nella individuazione delle corrette distanze di sicurezza, non si sia tenuto conto che le vetture civili abbordavano su quel tratto stradale quasi tutte mediamente alla alta velocita’ attribuita dai soldati USA al conducente della Toyota. Ne’ si comprende per quale ragione la sera del 4 marzo 2005 gli automobilisti iracheni abbiano tenuto tutti una velocita’ cosi’ inferiore alla media nazionale da riuscire ad arrestare la loro corsa in pochissimi metri, come dichiarato dai soldati americani.

Sin dalle prime ore dal sequestro della signora Sgrena, accaduto il 4 febbraio 2005, sono state sviluppate, da parte italiana, una serie di interazioni che hanno registrato l’attivazione ai vari livelli sia delle Autorita’ irachene, che di quelle USA, ivi incluso l’Hostage Working Group, e della Coalizione.
Si puo’ quindi dire che, nelle opportune sedi delle diverse autorita’ presenti in Iraq, vi era la consapevolezza che il dottor Calipari stesse eseguendo le vicende del sequestro della giornalista italiana, osservando per i suoi spostamenti le regole di base alle quali l’arrivo e la partenza all’interno di alcuni contesti (ad esempio la base di Camp Victory) devono essere necessariamente preavvertiti e che invece i movimenti nelle altre aree non sono soggetti ad obblighi di comunicazione o all’adozione di altre cautele.
Mentre e’ verosimile che le autorita’ competenti statunitensi non fossero a conoscenza del contenuto specifico della missione, e’ indiscutibilmente certo e assodato che fossero al corrente dell’arrivo del dottor Calipari e del signor Carpani, in quanto:
1) presso il Palazzo Al Faw di Camp Victory furono muniti dei tesserini di identificazione;
2) presso lo Stato Maggiore americano era stato chiesta e ottenuta la disponibilita’ di alloggi presso la base di Camp Victory in quanto non vi erano certezze sulla durata della missione italiana.

Non si vede peraltro come l’eventuale conoscenza dei contenuti di tale operazione avrebbe potuto incidere favorevolmente sul corso degli eventi. Al contrario, una divulgazione di notizie in merito avrebbe potuto rivelarsi contropriducente.

Infatti, la questione non risiede nel chiedersi cosa sarebbe successo se la catena di comando avesse saputo dell’operazione ne’ quale avrebbe potuto essere il comportamento dei militari al Blocking Position 541 (BP 541) nel caso avessero saputo che una vettura alleata si stava avvicinando. Un soldato americano al Blocking Position 541 (BP 541), espressamente richiesto al riguardo, ha infatti dichiarato che non sarebbe cambiato niente.
Basta infatti considerare quanto segue:
1) l’itinerario in questione era libero, non era soggetto ad alcun vincolo o limitazione ed il conducente della Toyota, che lo conosceva benissimo, lo aveva percorso svariate decine di volte di giorno e di notte, durante gli anni della sua permanenza a Baghdad, a partire dal difficile e pericoloso periodo seguito alla fine delle ostilita’;
2) l’ora del coprifuoco, le 23:00, era ancora lontana e il gruppo di sistegno italo-americano lo stava aspettando proprio su quella strada, circa un chilometro dal luogo dove si e’ poi verificato l’evento;
3) gli stranieri a Baghdad, inclusi i diplomatici, il personale delle Organizzazioni Internazionali, delle Organizzazioni Governative, gli uomini d’affari non comunicano, ne’ sono richiesti di comunicare, i loro spostamenti alle forze della Coalizione, anche perche’, oltre che inutile, sarebbe di fatto impossibile per le pattuglie americane tenere il conto degli itinerari, degli orari, delle persone, del tipo delle autovetture;
4) sarebbe quanto meno singolare affermare che, per passare in sicurezza attraverso un posto di blocco americano, sia necessario notificare tale evento ai comandi militari per essere muniti di apposita scorta o per segnalare l’auto; cio’ equivarrebbe, fra l’altro, ad ammettere la pericolosita’ intrinseca di tali posti di blocco per chiunque li incontri;
5) d’altronde la preoccupazione evidente dei funzionari del SISMI che stavano concludendo con successo la loro missione non erano certo gli americani;
6) i comandi, peraltro, hanno evidenziato non poche difficolta’ nelle comunicazioni fra le unita’ e non si vede come tali comunicazioni avrebbero potuto migliorare se i comandi fossero sommersi da richieste di scorte e da segnalazioni;
7) particolare non di dettaglio, le condizioni di viaggio dei passeggeri della Toyota Corolla erano le stesse con le quali chiunque (civile o militare) deve confrontarsi con dei checkpoints percorrendo le strade di Baghdad e nel resto dell’Iraq.

Dall’esame dei documenti consegnati, e’ emerso che la notte stessa dell’evento, era stata condotta una prima inchiesta sommaria (la cosi’ detta Inchiesta del Comandante) affidata ad un ufficiale del Battaglione cui apparteneva il reparto coinvolto nell’evento.
I risultati di tale inchiesta sommaria, dove erano stati sentiti solo i soldati coinvolti, escludevano ogni responsabilita’ a carico dei militari, insinuando che si era trattato di un incidente attribuibile solo all’alta velocita’ dell’autovettura Toyota Corolla e che i militari avevano rispettato le regole di ingaggio.
Tale apodittica auto-assoluzione non sarebbe neppure degna di menzione se non fosse perche’ lo stesso ufficiale redigente aveva ritenuto di dover comunque cercare una giustificazione per l’assenza di segnaletica idonea ad avvertire il traffico in arrivo della presenza del posto di blocco, cioe’ della piu’ elementare misura precauzionale sia per il traffico civile sia per i militari stessi.
Si tratta, in altre parole, della prova piu’ evidente che l’ufficiale USA responsabile si rendeva ben conto che una regola importante non era stata rispettata dagli operatori.
La giustificazione individuata, la circostanza cioe’ che i passeggeri dell’autovettura non avrebbero comunque compreso il significato di eventuali cartelli in quanto scritti in arabo e in inglese, si commenta da sola. Sembra pero’ rispondere alla logica dell’ufficiale redigente di minimizzare la portata del mancato rispetto delle regole previste per la predisposizione di un Traffic Control Point (TCP). Per far cio’, non si e’ fatto scrupolo di utilizzare un argomento a dir poco assurdo che le vittime, in quanto italiani, non avrebbero compreso ne’ la presenza di cartelli ne’ parole come “STOP”, “SLOW DOWN”, “DANGER”, comunemente usate dalle forze americane (e non solo) su quei tipi di cartello.

La scena dei fatti non e’ stata preservata come si doveva immediatamente dopo la sparatoria, nonostante il Comandante di Compagnia (che e’ intervenuto immediatamente dopo l’evento) e il responsabile del veicolo di blocco fossero, nella vita civile, rispettivamente un sergente e un agente di Polizia.
Piu’ in particolare, i due veicoli militari che avevano costituito il Blocking Position 541 (BP 541) si erano infatti allontanati dal sito per condurre la signora Sgrena all’ospedale situato nella Zona Internazionale di Baghdad, con conseguenza che non e’ stato quindi possibile rilevare la posizione con un GPS, ne’ nessuno ha pensato di tracciarla con gessetti sulla strada.
La stessa autovettura Toyota Corolla e’ stata rimossa dal punto esatto in cui si era fermata prima che ne fosse rilevata la posizione con GPS, asseritamente per rendere nuovamente libera la rampa da ogni ingombro, anche se in realta’ la carreggiata e’ rimasta occupata da mezzi militari fino a tarda notte. Quella stessa notte l’autovettura e’ stata riportata nuovamente nel punto presunto di arresto, determinato in base alle testimonianze dei soldati e di alcune fotografie digitali scattate prima della sua rimozione.
Cio’ ha comportato l’impossibilita’ di ricostruire tecnicamente l’evento, di determinare l’esatta disposizione dei veicoli ed effettuare le misurazioni delle distanze, nonche’ di ottenere dati incontrovertibili per la definizione precisa delle traiettorie dei proiettili, della velocita’ dell’autovettura e degli spazi d’arresto.
Nella sede stradale sono stati rimossi i frammenti dei vetri della vettura, nonche’ i bossoli dei colpi esplosi e, in particolare, i bossoli presenti sulla torretta del mezzo militare sono stati anch’essi rimossi, asseritamente per permettere il libero brandeggio.
Inoltre, non e’ stato effettuato il conteggio dei colpi esplosi quella sera ne’ risulta essere stato sigillato e sequestrato il nastro della mitragliatrice che avrebbe sparato ne’ le altre armi del plotone. Tanto meno e’ stato svolto su di esse alcun esame tecnico.
Occorre ricordare che il Vice Comandante del Corpo d’Armata Multinazionale e il suo Assistente Militare americano e il funzionario del SISMI presenti al Checkpoint 539 (ingresso dell’aeroporto Internazionale di Baghdad) avevano dovuto rinunciare a recarsi sul posto dell’evento (distante circa un chilometro) in quato il Comandante della Compagnia, arrivato sul luogo dell’evento ed interpellato al riguardo, negava tale autorizzazione adducendo motivi di sicurezza. Tuttavia altri ufficiali statunitensi sono stati autorizzati a recarsi sul posto.
Infine, una ulteriore difficolta’, ai fini di una piu’ precisa ricostruzione dell’evento, e’ stata determinata dall’assenza di alcuni duty log (diario degli avvenimenti) delle Sale Operative delle unita’ interessate, che sono stati distrutti alla fine del turno di servizio, asseritamente in attuazione di una procedura standard.

Un punto importante, che ha costituito costante elemento di discussione e di confronto tra la commissione d’indagine italiana ed americane, e’ stato rappresentato dalla difficolta’ di individuare in maniera chiara e univoca l’elemento tattico, cioe’ quello che gli americani chiamano informalmente Blocking Position (BP), realizzato in corrispondenza della rampa. Infatti, e’ emersa una notevole confusione a livello dei comandi e dei soldati sulle regole da seguire per attuare un Blocking Position (BP), termine peraltro non reperibile nella documentazione tecnico-operativa consegnata, dove sono presenti solo i termini di Traffic Control Point (TCP) e Road Block.
Secondo quanto spiegato dai Comandanti in loco, espressamente interrogati al riguardo, il Traffic Control Point (TCP), in italiano il Posto di Controllo del Traffico, e’ una posizione da realizzare secondo modalita’ che risultano codificate in specifiche pubblicazioni e illustrazioni di riferimento. La Blocking Position (BP), in italiano Posizione di Blocco, che, come si e’ detto, non e’ codificata nei manuali operativi, e’ una locuzione comunemente utilizzata nel gergo dei militari USA e non sarebbe invece altro, secondo quanto spiegato, che una delle diverse missioni che si possono assegnare a un Traffic Control Point (TCP) (selezione del traffico, contrasto del contrabbando e traffici illegali, interdizione, controllo e deviazione del traffico stradale e pedonale, ecc.)
Pertanto, tenuto conto che il Blocking Position (BP) viene considerato una missione e non una posizione, i Comandanti interpellati hanno spiegato di considerare quanto prescritto per un Traffic Control Point (TCP) un riferimento per organizzare un Blocking Position (BP) in termini di procedure e di equipaggiamenti da utilizzare.
Appare evidente, quindi, che in assenza di disposizioni scritte relative alla missione Blocking Position (BP), ne deriva necessariamente che, per organizzare e gestire un Blocking Position (BP), i soldati devono fare riferimento alle disposizioni per il Traffic Control Point (TCP), unico elemento tattico previsto.
Occorre sottolineare invece che attualmente, in assenza di qualsiasi riferimento scritto, le modalita’ di attuazione di un Blocking Position (BP) sono interamente affidate ai reparti che, per consuetudine accettata, se le passano per imitazione durante il periodo di affiancamento (15 giorni) che precede l’assunzione di responsabilita’ da parte dell’Unita’ subentrante (Transfert Of Authority) senza che sia disponibile un valido strumento di verifica/validazione di quanto tramandato.
L’indagine congiunta ha stabilito che il Blocking Position 541 (BP 541) e’ stato realizzato senza gli accorgimenti idonei a indicare alle autovetture in arrivo la presenza del posto di blocco. In particolare, non sono stati posizionati, ad adeguata distanza dal Blocking Position (BP), cartelli indicatori dell’esistenza di un posto di blocco e della relata’ necessita’ di diminuire la velocita’, ne’ coni riflettenti, ne’ cavalli di frisia, ne’ concertina a protezione dei mezzi militari, come indicato nelle direttive scritte in relazione ai Traffic Control Point (TCP). Come spiegato nel presente rapporto, i mezzi militari che hanno effettuato la missione la sera del 4 marzo 2005, neppure avevano a bordo ne’ i segnali ne’ i cartelli stradali prescritti per i Traffic Control Points (TCP). Avevano solo la concertina che, pero’, non e’ stata collocata.
Le giustificazioni addotte per il mancato uso dei cartelli e ostacoli sono, a dir poco, singolari:
1) i cartelli di quella unita’ erano da alcune settimane in mano ai “tecnici” che avrebbero dovuto coprirne con nastro adesivo alcune parti/frasi ritenute offensive per i civili;
2) i cartelli venivano percepiti dai soldati di quella unita’ come inutili e controproducenti, asseritamente perche’ di solito, in passato, le macchine, vedendoli ben prima del posto di blocco, avevano cambiato direzione o invertito la marcia (al riguardo non si puo’ non osservare che “fare invertire la marcia alle autovetture in arrivo” e’ proprio l’obiettivo tipico di una missione “Blocking Position (BP)”, ancorche’ nel caso di specie, si sarebbe trattato di costringere i veicoli a una inversione di marcia, contromano, su corsia autostradale a senso unico. Oltre a cio’, il vice Comandante del dispositivo, a specifica domanda sulla sua considerazione della sicurezza dei civili, ha dichiarato che “tutto e’ pericoloso in Iraq”);
3) la concertina aveva mostrato i suoi limiti perche’ le auto vi rimanevano intrappolate e era necessario del tempo per liberarle (anche in questo caso non si puo’ non osservare che la concertina avrebbe protetto piu’ efficacemente anche i mezzi militari da un eventuale autobomba, rendendo piu’ tranquilli i soldati);
4) appariva ai soldati inutilmente pericoloso esporsi per mettere in opera segnali di avvertimento;
5) il Comandante del dispositivo e la maggior parte dei soldati hanno ulteriormente giustificato l’anomala assenza di segnali e di ostacoli con il fatto che l’unita’ che in precedenza operava nella zona asseritamente non li avrebbe mai usati.

Dall’esame di quanto acquisito, appare evidente che il Blocking Position 541 (BP 541) e’ stato realizzato con significative differenze, quando non omissioni, rispetto a quanto previsto dal manuale delle Procedure Operative Tattiche Standardizzate (TSOP – Tactical Standard Operational Procedures) del battaglione per quanto concerne i Traffic Control Points (TCP) che, come confermato da comandanti e gregari, in assenza di Procedure Operative Standardizzate (SOP – Standard Operational Procedures) specifiche per i Blocking Position (BP) rappresentano l’unico riferimento documentale a cui ispirarsi. In particolare e’ emerso che:
1) era completamente assente qualsiasi tipo di segnalazione stradale, prescritta sia per preavvisare della presenza del posto di blocco, sia per il rispetto dei limiti di velocita’ da rispettare nell’avvicinamento al Traffic Control Point (TCP)/Blocking Position (BP) (cartelli segnaletici, coni riflettenti, etc.);
2) mancava qualsiasi elemento di ostacolo (concertina o cavalli di frisia) per rallentare il traffico, dal momento che l’uso che e’ stato fatto delle barriere jersey presenti sulla rampa del Blocking Position 541 (BP 541) non corrisponde nemmeno lontanamente a quello prescritto dal manuale operativo;
3) non era stata realizzata alcuna forma di illumunazione prevista per gli ostacoli, in caso di operazioni notturne;
4) la Linea di Allerta (Alert Line) e la Linea di Avvertimento (Warning Line) non solo non erano poste in corrispondenza della prevista segnaletica di avvertimento, ma risultavano poste a distanze sensibilmente inferiori a quelle prescritte, mentre era completamente assente la Linea di Arresto (Stop Line); inoltre le due linee, Alert e Warning Lines, ancorche’ approssimativamente note ai mitraglieri, non lo erano per niente al traffico in avvicinamento in quanto sprovviste di qualsiasi indicazione/segnalazione;
5) lo spazio compreso tra la Linea di Allerta (Alert Line) ed il primo mezzo (120 metri circa) era largamente inferiore a quello previsto dai manuali operativi (200/400 metri) e, considerando anche la mancanza di segnaletica stradale e di illuminazione, assolutamente insufficiente a garantire quei tempi di reazione/manovra prescritti dal manuale delle Procedure Operative Standardizzate (SOP – Standard Operational Procedures) del Battaglione;
6) l’unica possibilita’ di far intuire ai conducenti delle macchine in arrivo che stavano per approssimarsi a una Posizione di Blocco stradale era quella di indirizzare loro contro una potente luce di un faro e il raggio verde di un puntatore laser al momento giusto e nel punto giusto;
7) la scelta operata dal comandante dell’unita’ di non evidenziare con cartelli la presenza della Posizione di Blocco stardale e delle relative Alert Line e Warning Line ha significato affidarne la corretta evidenziazione unicamente alla capacita’ di segnalazione dei predetti due mitraglieri. Si tratta, in altri termini, di una scelta che sposta tutta la responsabilita’ di avvertire bene e nei tempi giusti i veicoli in avvicinamento in capo ai due mitraglieri che per tutta la durata del posto di blocco non possono distrarsi neppure per un secondo e devono sempre stare all’erta, pronti a reagire. I comandanti delle unita’ devono pero’ garantire che i predetti mitraglieri siano sempre attenti e reattivi.

Inoltre, mentre le testimonianze coincidono sul fatto che la luce bianca del faro si sia accesa, non e’ pero’ stato possibile determinarne con esattezza quando e a che punto della rampa cio’ sia accaduto. Il conducente della Toyota ricorda che il faro si e’ acceso quando gia’ entrato sulla rampa: e questo si potrebbe spiegare con un’eventuale distrazione dei soldati americani, stanchi e stressati per l’eccessiva permanenza in una pericolosa postazione statica.
I soldati asseriscono che il faro sia stato puntato addirittura prima della Alert Line (cosa che non appare possibile perche’ la Alert Line, come detto non tracciata e non visibile al traffico in arrivo, era al limite della linea di visuale e certamente non si puo’ illuminare cio’ che non si vede): questo implicherebbe necessariamente una distrazione non solo del conducente, ma anche del dottor Calipari, cosa che non puo’ essere dal momento che quest’ultimo era talmente attento e reattivo che, sotto il fuoco improvviso, ha avuto la prontezza di lanciarsi sopra la signora Sgrena per proteggerla invece di rannicchiarsi come l’istinto avrebbe imposto. Ed era anche concentrato e vigile tanto da avere l’accortezza di tenere accesa la luce interna dell’autovettura, prassi consolidata proprio per favorire il riconoscimento da parte di Forze amiche.

Anche sulla sequenza delle azioni vi e’ discordanza. Il conducente e la signora Sgrena affermano che i colpi sono partiti quasi contestualmente all’accensione della lampada. Il conducente aggiunge che, prima di rannicchiarsi, ha visto alcuni colpi che non andavano a segno passare sopra ed attorno alla vettura (circostanza che gli ha permesso di togliersi subito dalla traiettoria dei proiettili che hanno raggiunto il posto di guida) mentre altri hanno colpito l’auto.
I militari USA, invece, affermano che prima e’ stata accesa la lampada, poi e’ stata sparata la prima raffica (che definiscono di Warning Shots) alla sinistra dell’auto in arrivo (vista dalla prospettiva del mitragliere) e solo successivamente (con uno scarto temporale di appena 1 massimo 2 secondi) e’ stata sparata una seconda raffica diretta a colpire le ruote o il motore, che definiscono di Disabling Shots.

Si osserva, infine, che la distanza, fisica e temporale, entro la quale il mitragliere poteva effettivamente vedere l’auto sbucare sulla rampa, inviare i segnali (luminosi e colpi di avvertimento), percepire prima e accertare dopo se essa costituiva un pericolo o meno, decidere se sparare per arrestarla ed effettuare tutte le necessarie e complesse operazioni, era troppo ridotta (in tutto circa 120 metri dalla sua postazione ma, in realta’, molto meno se doveva fermare l’auto alla distanza di sicurezza, circa 70 metri) e i tempi di reazione richiesti al mitragliere eccessivamente brevi.

In conclusione, i rappresentanti italiani della commissione, sulla base delle evidenze che e’ stato possibile acquisire, non hanno individuato elementi atti a far supporre che i fatti e le vicende che hanno portato alla tragedia siano ridonducibili a elementi di volontarieta’.
E’ verosimile che lo stato di tensione dipendente dalle circostanze di tempo, modo e luogo, e probabilmente da qualche livello di inesperienza e di stress abbia potuto indurre taluni militari a reazioni istintive e poco controlate.
Peraltro, la mancanza di riferimenti formali a regole chiare che avrebbero potuto e dovuto essere osservate rende problematica la precisa individuazione, attribuzione e graduazione di specifiche responsabilita’ individuali.
E’ da valutare aderente alla realta’ dei fatti quanto asserito dalla signora Sgrena, dal conducente della Toyota Corolla e dal responsabile del SISMI a Baghdad. L’analisi di tutto quanto disponibile rende coerente e plausibile la ricostruzione da essi prospettata.
In cio’ e’ l’avviso dei responsabili italiani nell’indagine dell’evento del 4 marzo 2005.

Rapporto Italia caso Calipari (PDF) (Fonte: Corriere della Sera – I rapporti ufficiali del caso Calipari)
(www.corriere.it)

Il Governo italiano ha rigettato le conclusioni della Corte. Conclusioni incredibili per Giuliana Sgrena: uno schiaffo inaccettabile per l’Italia – ha dichiarato la giornalista de il Manifesto – Dicono che sono state solo seguite le regole d’ingaggio. Ma se sparare su una macchina che passa e che aveva dato preavviso e’ seguire le regole d’ingaggio, bisogna chiedersi come siano davvero queste regole. Per la Sgrena ora e’ importante che la magistratura vada avanti. Ma tutto lascia supporre che il suo lavoro non sara’ facilitato.

(Fonte: La Repubblica – Uno schiaffo inaccettabile i giudici vadano avanti – 26 aprile 2005)
(www.repubblica.it)

Il rapporto aveva subito ritardi affinche’ le dispute fra i due governi potessero essere risolte, ma secondo la fonte anonima la pubblicazione sarebbe imminente. Queste dispute riguardavano, fra le altre cose, il disaccordo sulla velocita’ della macchina nel suo avvicinarsi al posto di blocco, e se i soldati americani fossero stati avvertiti o meno che la macchina e i suoi passeggeri sarebbero passati durante quel giorno.

(Fonte: Wikipedia – USA, soldati americani assolti per l’uccisione di Nicola Calipari – 26 aprile 2005)
(http://it.wikinews.org/wiki/USA%2C_soldati_americani_assolti_per_l%27uccisione_di_Nicola_Calipari)

Sotto le strisce nere del rapporto USA, oltre al soldato Mario Lozano, era segnalato poi il coinvolgimento a vario titolo di: Captain Michael Drew, New York Army National Guard, con l’incarico di pattugliare Route Irish (luogo dell’incidente) e stabilire posizioni di blocco in quattro check points la notte del 4 marzo. Tenente Robert Daniels, New York Army National Guard, ufficiale esecutivo della compagnia A, 1-69 il 4 marzo. Era inizialmente presente al posto di blocco Bp 541. Tenente in seconda Nicolas Acosta, Louisiana National Guard, aveva il comando del plotone in servizio al posto di blocco 541. Prosegue la lista dei militari coinvoltinei fatti che hanno portato alla morte di Nicola Calipari: sergente Sean O’Hara, Louisiana National Guard, si trovava sul veicolo di avvistamento al posto di blocco 541. Sergente Luis Domangue, Louisiana National Guard, anche lui sul veicolo di avvistamento. Specialista Kenneth Mejia, Louisiana National Guard, autista del veicolo di avvistamento. Sergente Michael Brown, New York Army National Guard, poliziotto del New York City Police Department era il sottoufficiale al comando al posto di blocco 541. Specialista Brian Peck, New York Army National Guard, autista del veicolo di blocco. Sergente di prima classe Edwin Feliciano, New York Army National Guard, si trovava sul veicolo del comandante di compagnia.

(Fonte: Corriere della Sera – Le verita’ nascoste del rapporto USA – 03 maggio 2005)
(www.corriere.it)

La Procura della Repubblica di Roma il 19 giugno 2006 ha formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio per il militare americano Mario Lozano, imputato per la morte di Nicola Calipari e per il ferimento della giornalista Giuliana Sgrena: il processo contro Lozano sarebbe possibile, secondo la Procura di Roma, essendo stata ipotizzata a suo carico la responsabilita’ in un delitto politico che lede le istituzioni dello Stato italiano, un fattispecie riconducibile all’articolo 8 del Codice di procedura penale che consente di procedere contro chi abbia arrecato offesa a interessi politici dello Stato.
L’iniziativa e’ stata assunta in quanto Mario Lozano risulta irreperibile ed e’ mancata la collaborazione richiesta e non ottenuta dagli USA, avendo le Autorita’ americane respinto anche una rogatoria internazionale presentata dalla Procura di Roma.
Del caso Calipari il ministro degli esteri Massimo D’Alema ha parlato con il segretario di Stato Condoleezza Rice, nel corso della sua visita a Washington del giugno 2006, lamentando una collaborazione insufficiente fino a questo momento da parte degli americani sulla vicenda; il portavoce del Dipartimento di Stato Adam Ereli ha cosi’ commentato: Se gli italiani hanno preoccupazioni, le affronteremo.

La terza Corte d’Assise di Roma ha disposto oggi 25 ottobre 2007 il non luogo a procedere per difetto di giurisdizione nel processo in contumacia al soldato Usa Mario Lozano per l’uccisione del funzionario del Sismi Nicola Calipari, avvenuta nel marzo di due anni fa in Iraq. I giudici dunque non procederanno contro Lozano.

(Fonte: Reuters – Calipari: no processo a Lozano per difetto giurisdizione – 25 ottobre 2007)

Nessun processo in Italia per il soldato americano Mario Luis Lozano, accusato dell’omicidio del funzionario del Sismi Nicola Calipari, ucciso il 4 marzo 2005 a Baghdad nell’incidente in cui rimasero feriti la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena e l’agente del Sismi Andrea Carpani. Lo ha stabilito la prima sezione penale della Cassazione, confermando la sentenza di non luogo a procedere per difetto di giurisdizione, emessa nell’ottobre del 2007 dalla terza corte d’Assise di Roma, in quanto il militare deve considerarsi sottoposto esclusivamente alla giurisdizione americana.
Lozano, gia’ assolto dalla giustizia statunitense, e’ tutt’ora impiegato nell’esercito del suo Paese.

(Fonte: Repubblica.it – Calipari, no al processo per Lozano – 19 giugno 2008)

 

La stampa

UNO SCHIAFFO INACCETTABILE I GIUDICI VADANO AVANTI

ROMA – Per Giuliana Sgrena le conclusioni della commissione sono incredibili, uno schiaffo inaccettabile per l’Italia.
Non e’ un epilogo previsto?
E’ peggio di quanto si potesse immaginare. All’inizio gli americani parlavano di incidente, avevano perfino chiesto scusa. Adesso escludono ogni responsabilita’. Dicono che sono state solo seguite le regole d’ingaggio. Ma se sparare su una macchina che passa e che aveva dato preavviso e’ seguire le regole d’ingaggio, bisogna chiedersi come siano davvero queste regole.

In cosa e’ contestabile la ricostruzione americana?
Noi non abbiamo avuto segnali di avvertimento. Nessuno sparo in aria, il fascio di luce e’ arrivato solo dopo gli spari. Calipari e’ stato colpito nella parte posteriore destra dell’auto, io alla spalla. Questo vuol dire che non c’e’ stato nessun attacco sulla parte frontale dell’auto ne’ contro il motore. E’ stato un attacco senza preavviso. La conclusione di questo rapporto e’ incredibile e inaccettabile per il governo italiano, la colpa di quello che e’ accaduto viene addossata a Calipari.

Che cosa dovrebbe fare l’Italia?
E’ importante che la magistratura vada avanti. Ma tutto lascia supporre che il suo lavoro non sara’ facilitato. Non saranno comunicati i nomi dei componenti della pattuglia americana, ma i giudici potranno interrogare i membri italiani della commissione e venirli a sapere. E’ necessaria una pressione dell’opinione pubblica. So che c’e’ gia’ una richiesta di una commissione d’inchiesta internazionale indipendente, c’e’ un’iniziativa di europarlamentari e di premi Nobel per chiedere la verita’ su quello che e’ successo e che accade tutti i giorni ai civili iracheni.

(Fonte: La Repubblica – Uno schiaffo inaccettabile i giudici vadano avanti – 26 aprile 2005)
(www.repubblica.it)

I 58 COLPI DELLO STRESSATO MITRAGLIERE LOZANO

Era ‘inesperto e stressato’, con troppi compiti da assolvere, il mitragliere americano Mario Lozano, che la sera del 4 marzo scorso centro’ con 11 colpi (sui 58 da lui complessivamente sparati) la Toyota sulla quale viaggiavano gli agenti del Sismi, Nicola Calipari ed Andrea Carpani e la giornalista del ‘Manifesto’, Giuliana Sgrena. Lo evidenzia il rapporto italiano sull’uccisione di Calipari, che dedica diverso spazio a Lozano.
Il militare americano – 35 anni, newyorkese del Bronx, due figlie di 12 e 15 anni, appartenente alla New York Army National Guard – quel giorno svolgeva il compito di mitragliere del veicolo di blocco al Check point 541, disposto sulla Route Irish, strada che collega il centro di Baghdad all’aeroporto.
Il suo reparto, il Battaglione di artiglieria, era arrivato nella capitale irachena il 22 febbraio e dal giorno successivo faceva affiancamento con l’ unita’ precedentemente impiegata nel sito, il Battaglione C. Quella del 4 marzo era l’ultima sera di affiancamento.
Lozano, rileva il Rapporto, aveva molteplici compiti: doveva rimanere nella torretta, rivolto verso Nord in direzione della sommita’ della rampa verso il traffico entrante. Di li’ egli doveva azionare una torcia manuale ad alto potenziale da tremilioni di candele, che doveva accendere in direzione dei veicoli in avvicinamento. Qualora le segnalazioni luminose fossero risultate inefficaci, avrebbe dovuto sparare colpi di avvertimento mirando a sinistra del veicolo che stava percorrendo la rampa. A quel punto, se il veicolo avesse continuato ad avvicinarsi, avrebbe dovuto riallineare l’arma e usarla per disabilitare il veicolo, mirando al motore ed alle ruote. Infine, qualora il veicolo non si fosse ancora fermato, avrebbe dovuto continuare a sparare per ingaggiare anche l’abitacolo del veicolo.
Solo 5 giorni prima il militare era stato riaddestrato all’uso della mitragliatrice M240B. Quella sera, dunque, Lozano era sulla torretta quando la Toyota Corolla guidata da Carpani si avvicino’ al posto di blocco ad una velocita’ che, secondo le diverse testimonianze dei militari americani, variava da 50 a 80 miglia orarie. Testimonianze che, sottolinea il rapporto, ‘sembrano viziate da fattori emotivi’. Ad esempio, il mitragliere ‘si e’ sentito minacciato ed ha detto di aver pensato alle figlie nel mentre contava freneticamente i secondi, osservava lo spazio percorso dalla vettura, svolgeva le operazioni matematiche necessarie a calcolare la velocita’ del veicolo che si avvicina inesorabile, urlava a squarciagola, ma nessun altro soldato ha sentito le grida urlate per farsi sentire dal conducente della Toyota, azionava con la mano destra colpi di avvertimento in mezzo al prato alla sua sinistra, buttava via la lampada cambiando contestualmente le condizioni di illuminazione della rampa con entrambe le mani, la girava verso la vettura ormai giunta ad una distanza troppo ravvicinata per una sospetta autobomba, mirava e sparava avanti alla vettura per cercare di colpire motore e ruote. Il tutto – si rileva – in una manciata di secondi’.
E cosi’ il mitragliere ha sparato ‘almeno due raffiche ravvicinate con la sua M240B, una breve ed una lunga’. Gli 11 proiettili calibro 7.62 che hanno colpito la vettura provenivano, secondo i periti legali, dalla stessa M240B (numero di serie U87744), ossia quella impiegata da Lozano. Quando la pattuglia si e’ resa conto dell’errore, cioe’ che degli italiani erano finiti sotto il fuoco, uno dei militari americani presenti al check point ha detto a Lozano ‘di mettersi al posto di guida, perche’ non voleva che vedesse cio’ che aveva fatto’.

(Fonte: Articolo 21 Quotidiano online – I 58 colpi dello stressato mitragliere Lozano – 9 agosto 2006)
(www.articolo21.info)

U.S. SOLDIERS TO BE CLEARED IN ITALIAN’S DEATH

A U.S. military investigation into the death of an Italian intelligence officer at a Baghdad checkpoint is expected to find that American soldiers followed procedure when they shot him, according to reports.

But the probe will raise questions about how much force U.S. troops can use when they are manning checkpoints in Iraq and face potential threats, the Associated Press reported Monday, quoting a U.S. Defence Department official.

News reports in Italy said the Italian officials who participated in the investigation disagreed with the findings.

The report is not yet finished.

Nicola Calipari was killed March 4 by gunfire coming from U.S. forces as they tried to stop a car carrying him, two other agents and a freed hostage, Italian journalist Giuliana Sgrena.

Calipari died as he shielded Sgrena from the gunfire.

Soldiers at the checkpoint have said that the car was speeding toward them and that the driver ignored warnings to stop.

But the Italian officer driving the car and Sgrena have claimed that the car wasn’t speeding and that the soldiers gave no warning.

(Fonte: CBC News – U.S. Soldiers to be cleared in italian’s death – 25 aprile 2005)
(www.cbc.ca)

CALIPARI SHOOTERS CLEARED

A US military investigation has found that American troops who shot dead an Italian intelligence agent in Iraq last month were “not culpable”.

But Italy has apparently rejected the report into the killing of Nicola Calipari, who was shot while escorting a freed hostage, Italian reporter Giuliana Sgrena, to Baghdad Airport.

US soldiers opened fire on their vehicle as it approached a checkpoint, killing Mr Calipari and wounding Ms Sgrena.

Investigators found “the soldiers were all complying with the standard operating procedures for those checkpoints and therefore were not culpable of dereliction of duty in following their procedures”, a US army official said, speaking on condition of anonymity.

“There is deep remorse over what happened. Everybody feels terrible about it. But given the climate and the security atmosphere, the security procedures in checkpoint operations have to be run by the letter,” he said.

It is understood the US was ready to release the report but Italian officials had more questions.

He said the two sides were in disagreement over the speed at which the vehicle carrying the Italians approached the checkpoint, and over the communications between the Italian and American officials before the shooting.

Immediately after the March 4 incident, the army said the vehicle was approaching at high speed and had failed to respond to hand signals, flashing white lights and warning shots.

That version of events was disputed by Ms Sgrena, a correspondent with the newspaper Il Manifesto, who said the vehicle was travelling at normal speed.

Another key issue was whether the Italians had notified the Americans that Mr Calipari would be travelling to the airport with Ms Sgrena, and if so why the soldiers manning the checkpoint had not been alerted.

The official said the US hoped to conclude the investigation “in a spirit of cooperation” with the Italians.

But he said until the sticking points on the vehicle’s speed and communications were resolved, the Italians apparently would not endorse the findings.

The shooting caused tension between the US and Italy, one of Washington’s strongest allies in Iraq.

Although government support, the war is deeply unpopular with the Italian people.

(Fonte: World News Australia – Calipari shooters cleared – 26 aprile 2005)
(www.worldnewsaustralia.com.au)

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