Tela di penelope

Giovanni Pascoli: La tessitrice

Giovanni Pascoli - La tessitrice di Giovanni Pascoli
Giovanni Agostino Placido Pascoli
(San Mauro di Romagna, 31/12/1855 – Bologna, 06/041912)
poeta italiano

La tessitrice

di Giovanni Pascoli

Mi son seduto su la panchetta
come una volta … quanti anni fa?
Ella, come una volta, s’e’ stretta
su la panchetta.

E non il suono d’una parola;
solo un sorriso tutto pieta’.
La bianca mano lascia la spola.

Piango, e le dico: Come ho potuto,
dolce mio bene, partir da te?
Piange, e mi dice d’un cenno muto:
Come hai potuto?

Con un sospiro quindi la cassa
tira del muto pettine a se’.
Muta la spola passa e ripassa.

Piango, e le chiedo: Perche’ non suona
dunque l’arguto pettine piu’?
Ella mi fissa timida e buona:
Perche’ non suona?

E piange, piange — Mio dolce amore,
non t’hanno detto? non lo sai tu?
Io non son viva che nel tuo cuore.

Morta! Si’, morta! Se tesso, tesso
per te soltanto; come, non so:
in questa tela, sotto il cipresso,
accanto alfine ti dormiro’. —

Giovanni Pascoli
Giovanni Placido Agostino Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912)
poeta e accademico italiano

Clicca qui per leggere l'analisi della poesia di Pascoli La tessitrice

Analisi

Myricae (1891) e’ una raccolta di liriche di argomento semplice e modesto, come dice lo stesso Pascoli, ispiratosi per lo piu’ a temi familiari e campestri. Il titolo e’ dato dal nome latino delle tamerici (“non omnes arbusta iuvant humilesque Myricae“: non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici), umili pianticelle che sono prese a simbolo di una poesia senza pretese, legata alle piccole cose quotidiane e agli affetti piu’ intimi. Myricae contiene generalmente paesaggi brevi, agresti, stagioni, piante e animali. Il tema della morte e’ ricorrente come una sorta di ritorno al nulla della vita nella quale emergono le immagini del paesaggio con i suoi colori e rumori.

Il titolo e’ allusivo ad una poesia dimessa, diversa da quella del Carducci e anche da quella ardua e aristocratica di D’Annunzio. La prima edizione e’ del 1891. Insieme con i Canti di Castelvecchio sono opere che la critica ha definito “del Pascoli migliore”, poeta dell’impressionismo e del frammento: “Son frulli di uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane”, scrisse il poeta nella Prefazione del 1894.

E’ dunque una poesia fatta di piccole cose, inerenti per lo piu’ alla vita della campagna, di quadretti rapidissimi, conclusi nel giro di pochi versi “impressionistici”, dove le “cose” sono definite con esattezza, col loro nome proprio (per esempio prunalbo per biancospino). Vi compaiono anche poesie (Novembre, Arano) in cui le “cose” si caricano di una responsabilita’ simbolica e gia’ si affaccia il tema dei morti (X Agosto), sottolineando una visione della vita che tende a corrodere i confini del reale – avvertito come paura e mistero – per una evasione nella fiaba e nel simbolo (Carrettiere, Orfano, L’assiuolo).

La tessitrice fa’ parte dei Canti di Castelvecchio (1903): nella raccolta sono compresi e approfonditi i temi di Myricae ma ha particolare incidenza il tema del nido familiare e delle memorie autobiografiche e compaiono parecchi componimenti di impianto narrativo; finito il vagabondaggio per la campagna di Myricae se ne inizia uno nuovo: ma ora e’ un viaggio attorno al suo giardino, entro i cancelli e entro il suo orto. I Canti di Castelvecchio rispetto alle Myricae, sono di maggiore complessita’ e ampiezza, di taglio spesso narrativo-descrittivo. Alle immagini della campagna si alternano temi autobiografici, i ricordi sereni e dolorosi dell’infanzia, della madre, dei defunti.

I Canti di Castelvecchio (denominati cosi’ perche’ scritti nel paese di Castelvecchio di Barga, in Garfagnana, dove il poeta si era rifugiato con la amatissima sorella Maria dopo il matrimonio di Ida avvenuto nel ’95, e dove aveva potuto finalmente nel 1902 comprare con i suoi risparmi una casetta) furono pubblicati per la prima volta nell’aprile del 1903, seconda edizione gia’ nell’agosto. La terza e’ del 1905 accresciuta di tre composizioni; la quarta, nel 1907, aggiungeva la poesia Viatico; nella quinta, del 1910, apparve in appendice Diario autunnale e infine la sesta usci’ nel 1912, ultima curata dal poeta e uscita postuma. L’opera e’ dedicata alla madre “A Caterina Alloccatelli Vincenzi, Mia madre”. Il motto latino e’ uguale a quello di Myricae “Arbusta iuvant humilesque myricae“.

Il senso del mistero, connesso al dolore della vita e all’angoscia della morte, si traduce ora in una sorta di allucinazioni, nel ricordo dei morti (“Mi son seduto in una panchetta / come una volta…/ quanti anni fa? / Ella, come una volta s’e’ stretta sulla panchetta”, La tessitrice), ora nell’auscultazione di richiami impercettibili (“… mi chiamano le canapine / coi lunghi lor gemiti uguali”, Le rane), ora nello sconfinamento dei ricordi – suggeriti ad esempio dal suono delle campane – ai limiti del preconscio (“Mi sembrano canti di culla / che fanno ch’io tori com’era / Sentivo mia madre… poi nulla… / sul far della sera”, La mia sera). Sono trasalimenti dell’animo e simboli che pero’ lievitano frequentemente da notazioni realistiche, espresse attraverso un discorso addirittura narrativo (“E s’aprono i fiori notturni, nell’ora che penso ai miei cari / Sono apparse in mezzo ai viburni / le farfalle crepuscolari”, Il gelsomino notturno).
Si puo’ dire che nei Canti di Castelvecchio sta il punto del massimo compenetrarsi tra i due aspetti della poesia pascoliana: il simbolo e la realta’.

Nella tessitrice il poeta si siede su una panchetta, come una volta, vede la tessitrice e si chiede: “Come ho potuto, dolce mio bene, partire da te?”. Ma a questa immagine non si accompagnano i suoni, la spola passa e ripassa ma non se ne ode il rumore, la tessitrice risponde: “Io non sono viva che nel tuo cuore”. Non sembra esserci dunque differenza tra la vita e la morte, tutto appare vuoto.

Secondo la maggior parte dei critici i “Canti di Castelvecchio” rappresentano i frutti piu’ maturi e raffinati dell’arte pascoliana.

 


CLICCA PER CONDIVIDERE