Il genocidio del 1994 in Ruanda

Africa - Ruanda
In Rosso il Ruanda

Il genocidio in Ruanda del 1994 fu uno dei piu’ sanguinosi episodi della storia del XX secolo. Dove, per l’ennesima volta, il colpevole disinteresse del mondo ha permesso e contribuito al verificarsi dei tragici eventi.

Dal 6 aprile 1994 al 16 luglio 1994 vennero MASSACRATE sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete e bastoni chiodati) tra 800.000 e 1.100.000 persone (Uomini, Donne e Bambini).

Le vittime sono state in massima parte di etnia Tutsi, che costituisce una minoranza rispetto agli Hutu, a cui facevano capo i due gruppi paramilitari principalmente responsabili dell’eccidio, Interahamwe e Impuzamugambi.
I massacri non risparmiarono neanche una larga parte di Hutu moderati, soprattutto personaggi politici.

Le divisioni etniche del paese sono state opera principalmente del dominio coloniale europeo, prima tedesco e poi belga, che inizio’ a dividere le persone con l’introduzione della carta d’identita’ etnica e favorire quelli che consideravano piu’ ricchi e di diversa origine: i Tutsi.
In realta’ Tutsi e Hutu fanno parte dello stesso ceppo etnico culturale Bantu e parlano la stessa lingua.
Il genocidio termino’ col rovesciamento del governo Hutu e la presa del potere, nel luglio del 1994, dell’FPR, il Fronte Patriottico Ruandese.

Ma vedimo nel dettaglio i fatti.

Dipinto con etnie Tutsi, Hutu e Twa
Dipinto

In Ruanda erano originariamente presenti tre gruppi etnici:

i Tutsi (15%), prevalentemente allevatori e pastori, erano giunti dall’Uganda e dall’Etiopia intorno al XV secolo; sono conosciuti anche con il nome di Watutsi o Watussi;
gli Hutu (84%), dediti prevalentemente all’agricoltura ed eredi, dal punto di vista antropologico, dei bantu; erano giunti dal Ciad e dall’Africa australe; sono conosciuti anche con il nome di Wahutu;
i Twa (1%), sono un popolo pigmeo e costituiscono gli abitanti originari del Ruanda; erano prevalentemente cacciatori e artigiani, e furono spesso alleati con i Tutsi; sono anche conosciuti con il nome di Watwa.
Questi tre gruppi etnici vivevano insieme da almeno 5 secoli e condividevano la stessa lingua, religione e cultura.
La differenza tra Tutsi e Hutu (le due princilali etnie) era solo di clan o di stato sociale (i Tutsi solitamente erano piu’ ricchi perche’, essendo allevatori e pastori, possedevano il bestiame e le terre per il pascolo) e non aveva nessuna connotazione razziale: sebbene sia esistito un rapporto di subordinazione fra i due gruppi, Hutu e Tutsi hanno sempre svolto ruoli complementari.

Quando la regione del Ruanda-Burundi fu esplorata e colonizzata dai tedeschi prima (dal 1895 al 1916) e dai belgi poi (dal 1916 al 01/07/1962) le cose cambiarono.
Tedeschi e belgi, forti delle teorie fisiognomiche di retaggio ottocentesco, per lo sfruttamento coloniale si appoggiarono all’etnia Tutsi (che si era gia’ conquistata la gestione del territorio intorno al 1500) unificando il paese e instaurando un regime monarchico di tipo feudale, sottomettendo gli Hutu e i Twa.
I Tutsi, seppure minoritari, vennero integrati nell’amministrazione coloniale, come uomini di fiducia dei colonizzatori.

La scelta di appoggiarsi all’etnia Tutsi per lo sfruttamento coloniale fu dettata principalmente dalla loro conformazione fisica piu’ vicina agli standard occidentali (retaggio di teorie fisiognomiche e antropomorfiche ottocentesche), essendo i Tutsi alti, magri e dalla carnagione piu’ chiara, nonche’ possidenti e feudatari terrieri; per questi motivi vennero ritenuti, dai tedeschi prima e dai belgi poi, piu’ intelligenti e adatti a gestire il potere.
Gli Hutu, invece, piu’ tozzi e scuri, vennero considerati e descritti come rozzi e adatti al lavoro dei campi; i Twa, pigmei, erano visti come esseri vicini alle scimmie.

Documento di identità, dettaglio sull'indicazione dell'etnia
Documento di identità
dettaglio sull’indicazione dell’etnia

Con la colonializzazione tedesca e belga si e’ cosi’ introdotto in Ruanda il concetto di etnia (razza), che trova la sua massima espressione razziale nel 1933 quando i belgi inseriscono l’etnia di appartenenza (Hutu e Tutsi) sui documenti di identita’ ruandesi.

L’appoggio belga ai Tutsi termina negli anni ’50, a seguito del malcontento provocato dallo sfruttamento coloniale, che porto’ gli Hutu a ribellarsi ai Tutsi e i Tutsi a progettare l’indipendenza del paese dal Belgio. I colonizzatori scelsero allora di appoggiare la rivolta degli Hutu.

Difatti negli anni ’50, con l’affermazione del Parmehutu, il partito per l’affermazione degli Hutu, fondato da un gruppo di intellettuali Hutu, inizia la lotta di denuncia del dominio razzista dei Tutsi che proponeva una nuova rivoluzione sociale basata, questa volta, sulla superiorita’ razziale degli Hutu.
Nel 1957 il Parmehutu pubblica il Manifesto degli Bahutu, in cui viene denunciato il monopolio razzista del potere attuato dai Tutsi.
La rivoluzione hutu del partito Parmehutu ebbe successo e porto’ il Ruanda a dichiarare l’indipendenza nel 1962 mettendo fine a decenni di colonialismo: viene cosi’ abolita la monarchia e proclamata la repubblica con Gregoire Kayibanda, che instaura un regime razzista contro i Tutsi.

Iniziano cosi’ le persecuzioni razziste e le vendette contro i Tutsi, che sfociano in sanguinosi scontri con decine di migliaia di morti e provocarono l’esodo di centinaia di migliaia di tutsi verso i paesi confinanti (soprattutto verso nord, in Uganda); persecuzioni che continueranno anche col regime di Juvenal Habyarimana, che sale al potere nel 1973 con un colpo di stato, promettendo progresso e riconciliazione.

Nel 1987 a seguito della diaspora, nasce il FPR (il Fronte Patriottico Ruandese) dei Tutsi con a capo Fred Rwigyema e Paul Kagame, con l’obiettivo di favorire il ritorno dei profughi in patria, anche attraverso la conquista militare del potere.

La fine degli anni ’80 vede il Rwanda in piena crisi economica: a fronte di un forte aumento demografico, le risorse agricole del paese restano le uniche e invariate. Le pressioni interne, unite alla richiesta occidentale di democratizzazione, inducono il presidente Habyarimana a varare nel 1991 una nuova Costituzione, che promette il multipartitismo. Mentre continua la guerriglia dell’FPR, con massacri da ambo le parti, il presidente firma, il 4 agosto 1993, gli accordi di Arusha, che prevedono il rientro di tutti i profughi Tutsi e una sostanziale spartizione del potere con l’FPR.

Per assicurare l’effettivo adempimento degli accordi di Arusha, nell’ottobre del 1993 l’ONU organizzo’ una missione di assistenza da inviare in Ruanda, l’UNAMIR.

UNAMIR (UNAMIR dall’inglese United Nations Assistance Mission for Ruanda), ovvero Missione di Assistenza delle Nazioni Unite per il Ruanda fu una missione delle Nazioni Unite che duro’ sino a marzo del 1996.
Lo scopo dell’UNAMIR era quello di calmare le tensioni etniche nel paese tra gli Hutu, che governavano il paese, e la minoranza Tutsi, in gran parte raccolta nel Fronte Patriottico Ruandese (FPR). Il mandato era quello di assicurare la sicurezza della capitale Kigali, monitorare il rispetto del cessate il fuoco tra le parti, la smilitarizzazione delle fazioni, garantire sicurezza nel paese durante il governo di transizione, indire nuove e democratiche elezioni, coordinare gli aiuti umani ed effetture lo sminamento del paese.
L’UNAMIR venne creata il 5 ottobre 1993 con la risoluzione 872 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Venne autorizzato il dispiegamento 2500 militari che, pero’, nel momento caldo degli scontri furono fatti rientrare; restarono solamente 270 militari, tutti canadesi, comandati dal generale Romeo Dallaire, che non volle abbandonare il paese al suo destino. Vani furono i suoi tentativi di farsi inviare dall’ONU un nuovo contingente di almeno 5000 militari: i paesi membri si rifiutarono di inviare i propri militari fino a quando l’ondata di violenza non fosse cessata.
Con un contingente cosi’ ridotto all’osso il generale Dallaire riusci’ comunque a salvare migliaia di cittadini Tutsi.
Ad agosto del 1994, a genocidio finito, il generale Dellaire chiese di rientrare in Canada perche’ sofferente di stress; venne sostituito dal generale Guy Tousignant.
L’UNAMIR e’ considerato il piu’ grande fallimento delle Nazioni Unite, per la mancanza di regole di ingaggio chiare e soprattutto per non essere riuscita ad evitare il Genocidio ruandese.
La missione costo’ comunque la vita a 27 militari dell’UNAMIR.

Il 6 aprile 1994, l’aereo presidenziale di Juvenal Habyarimana (al potere con un governo dittatoriale dal 1973), di ritorno da Dar es Salaam, dove aveva concordato una nuova formazione ministeriale, venne abbattuto da un missile terra-aria in fase di atterraggio a Kigali.

Ancora oggi non si sa chi lancio’ quel missile: le ipotesi piu’ accreditate sono quelle che portano alle frange estremiste del partito presidenziale, le quali non accettavano la ratificazione di un accordo (quello di Arusha, nel 1993) che concedeva al Fronte Patriottico Ruandese (FPR), composto in prevalenza da esiliati Tutsi nemici storici degli Hutu (che costituivano l’85% della popolazione e che dalla rivoluzione del 1959 detenevano completamente il potere) un ruolo politico e militare importante all’interno della societa’ ruandese; un’altra ipotesi e’ quella che sostiene che fu proprio l’FPR a compiere l’attentato, convinto che il suo ruolo negli eventi sarebbe stato marginale e che i patti non sarebbero stati rispettati; negli ultimi tempi e’ stata inoltre incriminata la moglie del presidente, che proprio quel giorno, contrariamente alle sue abitudini, decise di prendere un mezzo alternativo all’aereo, forse perche’ conosceva in anticipo la sorte del marito o forse perche’ lei stessa ne aveva tessuto le trame.

Il 7 aprile a Kigali e nelle zone controllate dalle forze governative (FAR, Forze Armate Ruandesi), con il pretesto di una vendetta trasversale, iniziano i massacri e l’eliminazione fisica della popolazione tutsi e dell’opposizione democratica da parte della Guardia Presidenziale, dei miliziani dell’ex partito unico (Movimento Rivoluzionario Nazionale per lo sviluppo) e dei giovani Hutu.

Il segnale dell’inizio delle ostilita’ fu dato dall’unica radio non sabotata, l’estremista RTLM che invitava, per mezzo dello speaker Kantano, a seviziare e ad “uccidere gli scarafaggi tutsi” … “tagliate i rami alti“.

E’ l’inizio del genocidio che si protrasse per 100 giorni tra massacri e barbarie di ogni tipo.
Autore del progetto di genocidio e’ l’Akazu (letteralmente la casetta), il gruppo di potere formatosi attorno al presidente e al suo clan familiare, che non accetta limitazioni di potere e comincia ad organizzarsi: vengono creati e armati gli Interahamwe (letteralmente quelli che lavorano insieme), milizie Hutu irregolari; vengono acquistati dalla Cina, attraverso la ditta Chillington di Kigali, i machete; vengono redatte liste di esponenti Tutsi da uccidere.
Tutti gli hutu sono stati chiamati al genocidio: chi non partecipava al lavoro era considerato un nemico, e quindi andava eliminato.
Questa particolarita’ del genocidio ruandese e’ visibile anche dalle cifre: 20.000 circa sono considerati i pianificatori (militari, ministri, sindaci, giornalisti, prefetti, ecc,); 250.000 circa i carnefici, gli autori diretti dei crimini; 250.000 circa le persone implicate negli atti di genocidio.

Gli ultra’ dell’Hutu Power (Potere Hutu), con a capo il colonnello Theoneste Bagosora, capo di gabinetto del ministro della difesa, diffusero una lista di 1.500 persone da uccidere per prime. Poi entrano in azione gli Interahamwe, che istituirono delle barriere stradali: al controllo dei documenti le persone che avevano sulla carta d’identita’ l’appartenenza all’etnia Tutsi vennero massacrate a colpi di machete.
Le operazioni erano coordinate da Radio Mille Colline, che dava notizie ed esultava per le azioni piu’ spettacolari, invitando i Tutsi a presentarsi alle barriere per essere uccisi. Molti adulti si sacrificano, nel tentativo di proteggere e salvare i bambini. Per cancellare i Tutsi dal Ruanda i miliziani Interahamwe uccisero coi machete, le asce, le lance, le mazze chiodate, le armi da fuoco.
Per i Tutsi non esistevano luoghi sicuri: anche le chiese vennero violate. Sulle colline di Bisesero decine di migliaia di persone organizzarono la resistenza.

Il 22 giugno Francia, Gran Bretagna e Belgio inviarono truppe (la tristemente famosa operazione turquoise) per la protezione e l’evacuazione dei PROPRI cittadini. Salvati gli europei, la comunita’ internazionale e l’ONU abbandonarono i ruandesi alla furia dei machete, mentre discutevano se si trattasse o meno di genocidio. L’intervento venne pero’ utilizzato dagli autori dei massacri per proteggere la propria fuga dal paese.

L’FPR (Fronte Patriottico Ruandese) dei Tutsi, guidato da Paul Kagame, prese il potere a luglio e nei mesi successivi si verifico’ uno spaventoso esodo di massa degli Hutu, terrorizzati dalla sanguinosa vendetta operata nei loro confronti. Circa 2 milioni di profughi fuggirono verso l’allora Zaire, Tanzania e Burundi. Tra loro si nascondevano anche miliziani Interhamwe e molti dei colpevoli dei massacri.

Per individuare e giudicare i responsabili del genocidio, nel novembre del 1994 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha creato il TPIR (il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda), con sede ad Arusha, in Tanzania.

Il TPIR in dieci anni ha giudicato e condannato soltanto una ventina di persone. Per rilanciarne i lavori nel 2003 l’ONU ha designato come procuratore capo, con competenza esclusiva per il Rwanda, Hassan Bubacar Jallow. Attualmente sono quasi 90.000 i prigionieri detenuti nelle carceri ruandesi. Di fronte all’impossibilita’, per il sistema penale locale, di sottoporre a processo tutti i carcerati, nel 2000 sono state istituite le gacaca, tribunali popolari, che invitano i colpevoli ad ammettere le proprie colpe in cambio di importanti sconti di pena.

I pubblici ministeri ed i giudici del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, quando si trovarono a giudicare i maggiori responsabili del genocidio, si resero conto che oltre ai feroci omicidi di massa si era perpetrata sistematicamente la violenza sessuale. Anche se quasi tutte le donne furono uccise prima di poter raccontare le loro storie, un rapporto delle Nazioni Unite ha concluso che durante il genocidio almeno 250.000 ruandesi furono sistematicamente stuprate. Le violenze, per lo piu’ compiute da molti uomini in successione, furono spesso accompagnate da forme di tortura fisica e furono eseguiti pubblicamente per moltiplicare il terrore e la degradazione.
Molte donne li temevano a tal punto da implorare di essere uccise. Spesso gli stupri erano preludio della morte, ma a volte le vittime non venivano uccise: l’umiliazione avrebbe cosi’ colpito non solo la vittima ma anche le persone a lei piu’ vicine.
Per di piu’, l’elevata diffusione dell’AIDS, condannava le sopravvissute ad una lenta e dolorosa agonia.

Lapide in memoria del genocidio del 1994
Lapide in memoria del genocidio

La storia del Ruanda (e del resto del mondo colpevolmente assente) fu segnata inesorabilmente da questo genocidio del 1994: si calcola che circa 1 MILIONE di persone vennero massacrate da estremisti Hutu e dalle milizie Interhamwe fedeli al presidente Juvenal Habyarimana.
Su una popolazione di 7.300.000, di cui l’84 % Hutu, il 15 % Tutsi e l’1 % Twa, le cifre ufficiali diffuse dal governo ruandese parlano di 1.174.000 persone uccise in soli 100 giorni (10.000 morti al giorno, 400 ogni ora, 7 al minuto).

Altre fonti parlano di 800.000 vittime. Tra loro il 20% circa e’ di etnia Hutu.

I sopravvissuti Tutsi al genocidio sono stimati in 300.000.

Migliaia le vedove, molte stuprate e oggi sieropositive.

400.000 i bambini rimasti orfani, 85.000 dei quali sono diventati capifamiglia.

Uno studio delle Nazioni Unite ha confermato la gravita’ del problema: il 31% dei bambini cresciuti durante il genocidio hanno assistito ad uno stupro, il 70% e’ stato testimone di uccisioni e migliaia hanno perso i genitori nel dopoguerra a causa dell’AIDS.

Secondo una stima ufficiale, il 70% delle donne stuprate durante il genocidio del Ruanda ha contratto l’HIV e la maggior parte di loro alla fine ne morira’.

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La galleria d’immagini che segue contiene foto particolarmente crude che rendono solo minimamente l’idea e la portata di quello che è accaduto.

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Ma il Ruanda non e’ solo morte e desolazione, e’ anche uno dei piu’ bei paesi africani. Il suo territorio e’ caratterizzato da laghi, vulcani, parchi naturali e montagne che offrono fantastici panorami e ospitalita’ ad alcuni tra gli ultimi gorilla di montagna rimasti; per questa sua particolare conformazione geografica e’ chiamato anche il Paese dalle mille colline. Al seguente link, Ruanda: immagini, storia, costumi, paesaggi, e’ possibile leggere una scheda geo-politica del Ruanda e godere di stupende immagini del Ruanda.

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