Napoleone Bonaparte

Il cinque maggio di Alessandro Manzoni: testo e analisi

Napoleone Bonaparte - Il cinque maggio di Alessandro Manzoni
Napoleone attraversa il Passo del Gran San Bernardo
olio su tela del 1801
di Jacques-Louis David
(Parigi, 30/08/1748 – Bruxelles, 29/12/1825)

Il cinque maggio di Alessandro Manzoni

 Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
cosi’ percossa, attonita
la terra al nunzio sta,

muta pensando all’ultima
ora dell’uom fatale;
ne’ sa quando una simile
orma di pie’ mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al so’nito
mista la sua non ha:

vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al su’bito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all’urna un cantico
che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri
l’ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
piu’ vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
gioia d’un gran disegno,
l’ansia d’un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch’era follia sperar;

tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
l’un contro l’altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe’ silenzio, ed arbitro
s’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d’immensa invidia
e di pietà profonda,
d’inestinguibil odio
e d’indomato amor.

Come sul capo al naufrago
l’onda s’avvolve e pesa,
l’onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scernere
prode remote invan;

tal su quell’alma il cumulo
delle memorie scese.
Oh quante volte ai posteri
narrar se stesso imprese,
e sull’eterne pagine
cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
morir d’un giorno inerte,
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo de’ manipoli,
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in piu’ spirabil aere
pietosa il trasportò;

e l’avviò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai tronfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
che’ più superba altezza
al disonor del Golgota
giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò.

(Alessandro Manzoni, odi civili 1821)

——————————-

Analisi

L’ode il Cinque Maggio è la più famosa delle poesie civili del Manzoni, dedicata alla morte di Napoleone Bonaparte avvenuta il 5 maggio 1821 sull’isola di Sant’Elena, nell’oceano Atlantico.

La notizia della morte di Napoleone giunse però in Europa con oltre due mesi di ritardo, il 16 luglio 1821 e fu pubblicata in Italia dalla “Gazzetta di Milano”.
L’ode fu scritta di getto in soli tre o quattro giorni (appena appresa la notizia), da un Alessandro Manzoni commosso dalla conversione cristiana di Napoleone avvenuta prima della sua morte, offrendo all’autore lo spunto per ricordare da un lato la grandezza del personaggio e il fondamentale ruolo storico, e da l’altro per suscitare una riflessione complessiva sulla storia e sul significato delle azioni umane.

Nonostante la censura austriaca che ne vietò la pubblicazione, l’ode ebbe una larga diffusione europea, inizialmente divulgata in forma manoscritta e poi nel 1822, nella sua prima edizione stampata sulla rivista tedesca “Ueber Kunst und Alterthum” con la traduzione curata da Goethe.
La prima edizione italiana avvenne nel 1823 a Torino presso il Marietti; la prima edizione approvata dall’autore comparve nel 1855.

L’ode scritta dal Manzoni, per alcune tematiche (tema del ricordo, evocazione della storia) ha delle analogie con il Coro di Ermengarda e con la Pentecoste e soprattutto ha in comune con essi, quello schema che parte da un inizio drammatico e si conclude con un moto di preghiera.

L’ode è formata da diciotto strofe, composte da sei settenari sdrucciolo (1°,3°,5°) piani (2° e 4°, fra loro rimanti) e tronco l’ultimo che rima con l’ultimo della strofa successivo.
Schema: ABCBDE

L’Ode può essere divisa in due parti, la prima che va dal prologo fino alla nona strofa, di tono epico, in cui emerge la figura storica di Napoleone, dall’ascesa alla caduta.
La seconda dalla decima strofa in poi, di tono più contemplativo e lirico (si entra qui nell’animo dell’imperatore) il cui motivo conducente e’ la definitiva caduta di Napoleone come uomo e l’inizio del suo riscatto spirituale e religioso.

I Parte

L’ode si apre con un forte inciso “Ei fu” in cui pare sia isolata la grandezza “dell’uom fatale“, mentre con attonito stupore la terra accoglie la notizia della morte del potente personaggio che ha tenuto in pugno per tanti anni i destini d’Europa (è da notare il doppio significato della parola terra, vale a dire di metafora del mondo umano da una parte, e dall’altra, come campo di battaglia insanguinato dai soldati che per lunghi anni si sono combattuti).
Nella seconda e terza strofa il Manzoni da’ le ragioni del motivo per cui tratta l’argomento e mette in risalto il fatto che egli abbia composto l’ode senza nessun’ombra di piaggeria o di reverenza verso l’imperatore. In questa parte sono importanti il termine “genio” (di chiara reminiscenza pariniana, ma dai forti connotati manzoniani e dal diverso significato) e “forse“, che conclude la quarta strofa, in cui emerge chiara la visione cristiana e provvidenziale del poeta.
Con la quinta strofa si ha l’esaltazione della potenza di Napoleone che si concluderà nel verso 54. Qui la strofa si anima e con rapidi tratti è descritta l’immagine di condottiero di Napoleone (è da notare l’alternarsi in tutta l’ode di toni descrittivi ed epici a toni più riflessivi) che si contrappone a quella del corpo immemore presente nella prima strofa. Rapidamente però il tono rallenta e diventa nuovamente contemplativo con la domanda “Fu vera gloria?“, in cui Manzoni rispondendo vuol mettere in risalto la statura morale dell’uomo Napoleone che si è convertito, piu’ che le grandezze terrene del condottiero; infatti Napoleone ha dato un’ulteriore prova della grandezza di Dio che servendosi di lui ha stampato “la più vasta orma sulla terra“. Le ultime tre strofe, continuano con la descrizione del raggiungimento del disegno di gloria di Napoleone (settima e ottava strofa) e della sua grandezza umana (nona strofa).
Particolare rilievo si deve dare ad alcuni termini in antitesi tra loro che rendono bene l’instabilità del potere e della gloria umana che caratterizzano l’ottava strofa: gloria-perigliofuga-vittoriareggia-esigliopolvere-altar. Con “Ei si nomo’” (v.49), cioè con l’enfatizzazione dell’uso antonomastico del pronome si conclude così la prima parte dell’ode.

II Parte

Il motivo conduttore di questa seconda parte dell’ode è il verbo “giacque“, che ha il significato della caduta definitiva di Napoleone e l’inizio del suo riscatto spirituale.
Scompare il pronome antonomastico e la figura dell’imperatore viene espressa attraverso una terza persona più comune, “E sparve, e di’ nell’ozio“, “E ripenso’…” La strofa centrale di questa parte è la similitudine espressa nei versi 61-68. Questa è la parte fondamentale in cui avviene il ripudio delle vane glorie terrene e il sollevarsi verso l’eterno. Napoleone è come un naufrago che prima a lungo ha nuotato nel mare tempestoso della vita cercando terre remote, cioè cercando un significato della vita che le desse un senso. Ma questo suo sforzo è risultato vano, poiché solo Dio può rendere concreta la sete d’eternità e d’infinito presente nell’uomo e non le effimere glorie terrene. Anche l’ultima speranza di lasciare ai posteri la memoria di sé risulta vana. “Il cumulo di memorie” invece di lasciare la memoria eterna della propria epopea, diventano per Napoleone, un peso insopportabile, “la stanca man” che cade “sull’eterne pagine” assume il significato dell’estrema sconfitta umana. La figura di questa sconfitta è magistralmente descritta dall’immagine di presente nel verso 75: “chinati i rai fulminei” (gli occhi, rai, una volta balenanti sono ora chini al suolo).
La strofa quattordicesima descrive le ultime immagini che scorrono nella mente di Napoleone prima di morire. Sono immagini nostalgiche di un passato di gloria e di battaglie, che non ritorneranno più. Questa strofa e caratterizzato dall’uso del polisindeto, cioè l’uso ripetitivo della “e” posta in capo al verso come il rintocco richiama costantemente gli asindeti epici (ei fu …ei provo’…ei fe’ silenzio) e sembra costruire in tutta l’ode, una linea sintattica che si prolunga sino a “e sparve, in cui si denota la caducità della vicenda umana di Napoleone, e si conclude con il verbo e l’avviò in cui avviene l’annullamento della volontà umana nella provvidenza divina.
Verso la fine dell’ode c’imbattiamo nella penultima strofa in cui il poeta riprende la voce dell’oratore. Questa strofa dell’opera, dal tono biblico e profetico, è stata aspramente criticata per le sue reminiscenze di retorica ecclesiastica (ha quasi un tono da chiesa barocca).
Sulla deserta coltrice accanto a lui poso’, e’ un’immagine piena di significato con cui si conclude l’ode. Il letto deserto su cui giace Napoleone, abbandonato dagli uomini è visitato da Dio, che ha conosciuto anch’egli la morte e il dolore e perciò non abbandona mai l’uomo nei suoi attimi finali di vita. E’ un’immagine che esprime una visione profondamente cristiana del destino dell’uomo.


CLICCA PER CONDIVIDERE