Madre e figlio - Mat i syn (scena film)

Film: Madre e figlio

Locandina del film Madre e figlio
Locandina del film Madre e figlio

Film MADRE E FIGLIO

di Alexander Sokurov

Titolo originale del film Madre e figlio: Mat i syn
Regia: Alexandr Sokurov
Assistente alla regia: Marina Koreneva
Sceneggiatura: Yuri Arabov
Fotografia: Alexei Fyodorov
Scenografia: Vera Zelinskaya, Esther Ritterbusch
Suono: Martin Steyer, Vladimir Persov
Musica: Mikhail Glinka, Otmar Nussio, Giuseppe Verdi
Montaggio: Leda Semyonova

Interpreti: Gudrun Geyer, Alexei Ananishnov

Produttore esecutivo: Katrin Schlosser, Martin Hagelmann, Alexandr Golutva
Produzione: Zero Film, Berlin
Formato: 35 mm.
Durata: 75′
Provenienza: Russia
Anno: 1997
Distribuzione: Istituto Luce

Premio C.I.C.A.E. al Festival di Berlino 1997

Madre e figlio e’ davvero un film raro; non capita spesso di incontrare un film cosi’ “insolitamente” vibrante, semplice e prezioso. Nel film Madre e figlio c’e’ una tale ricerca estetica, una cosi’ grande e viva tensione lirica come non sempre ci si aspetta da un cineasta all’opera da piu’ di vent’anni.

Il film Madre e Figlio e’ il frutto di una ricerca mai interrotta e di riflessioni che vanno lungo tutto l’arco di una vita.

Nella penombra slavata di un casolare isolato si intersecano i racconti dell’incubo di una madre morente con il sogno del figlio, la cui pietas permette il formarsi di una nicchia di calore famigliare, un’intimita’ che solo quel legame consente.
I due protagonisti sono gli unici personaggi, una madre e un figlio. Vivono in un paese russo che potrebbe essere qualunque luogo in un tempo indefinibile, oggi come all’inizio della storia dell’uomo, la loro storia e’ una storia di sempre, vera da quando c’e’ l’uomo e vera fino a quando l’uomo ci sara’. Sokurov racconta delicatamente e quasi pudicamente il loro legame d’amore, un legame primordiale appunto, che sempre si perpetua, un legame imprescindibile piu’ forte della vita e della morte.

La madre sta morendo in una casa vuota, buia e condivide questi ultimi momenti con il figlio amorevole. Lui la accudisce, la cura, la consola, la carezza, la disseta con una specie di poppatoio, le parla e le recita versi, la bacia, la porta in braccio tra i boschi li’ intorno per farle sentire l’aria e vedere il cielo, benche’ sia sempre grigio, ancora una volta. Lui le mostra i ricordi d’una vita di maestra e rievoca le memorie dell’esistenza trascorsa insieme, la interroga con sollecitudine affettuosa (hai freddo, vuoi mangiare qualcosa, perche’ non dormi un poco?), l’aiuta a coricarsi: disarmata dal dolore, la madre diventa figlia di suo figlio, inerme e bisognosa di tutto come una neonata.

Nell’approssimarsi della morte il figlio si allontana in cerca di sollievo, sa che quando tornera’ la madre probabilmente sara’ morta. Inizia a vagare per il bosco osservando le cose della natura quasi a chiedergli un perche’, fino al momento in cui si ferma, abbraccia un albero e piange … mentre lontano, nella pianura, osserva un treno correre (nella speranza di raggiungerlo) con la sua scia di fumo bianco e il suo aspro richiamo, simbolo di un’altra vita che non c’e’.
Quando il figlio torna in casa, la madre e’ morta, e lui parla sottovoce al corpo inerte: “Aspettami. Ci incontreremo ancora, la’ dove sai”. E dalla mano della madre una farfalla vola via.

Durante tutto il film la macchina da presa indugia sui volti, i lineamenti dei corpi, li esalta, per meglio dire li sottolinea, ce li fa contemplare per diversi minuti e ci sembra di non vedere un film, piuttosto delle tele di pittura romantica nord-europea.

La regia di Sokurov coglie immagini, ferma momenti dipinti di rara bellezza. I dialoghi sono ridotti quasi a nulla, tutte le parole non dette finiscono per far risaltare ancora di piu’ l’intensita’ dei sentimenti tra i due. Un attento uso del sonoro lascia spesso in primo piano i rumori dei boschi, degli animali, del vento.

In questa “Pieta’” dalle parti ribaltate, con il figlio che sorregge la madre, prima rassegnato al destino che si sta compiendo e, alla fine, disperato per il venir meno della persona piu’ amata, la natura assolve alla funzione di contenere e assorbire ogni cosa, anche il dolore piu’ grande.

Ammirevole l’assenza di retorica grazie alla perfetta calibrazione dei tempi (e’ tuttavia una poesia da gustare da riposati) nella assoluta, e pregevolissima, monotonia della fotografia livida e brunita di Fyodorov, dominata da cromatismi opachi sui toni del marrone e del verde oliva, con deformazioni legate all’uso di ottiche che deformano in ogni direzione, restituendo il titanismo, l’intensita’ e il rigore del Wanderer Above the Sea of Fog (olio su tela del 1818 di Caspar David Friedrich), ed anche di accorgimenti che sfocano i bordi del fotogramma; le figure spesso si indovinano, il treno piu’ che individuarlo nella pianura, si avverte nel suo lento attraversamento dell’inquadratura, si nota lo sbuffo del fumo. Il vapore si staglia sulla macchia di alberi verde cupo, indistinta per l’enorme bolla di sentimenti strabocchevoli, che tutto comprende e uniforma nella percezione mediata attraverso la pellicola di umore, trasparente membrana di lacrime attraverso la quale si partecipa alla morte della madre.
Le immagini della madre morente nel letto o del figlio in un prato sono allungate e davvero irreali. La natura e’ viva, sembra avere un’anima, e’ irreale anch’essa, ma viva.

[MyMovies]


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