Film: Le chiavi di casa

Locandina del film Le chiavi di casa
Locandina del film Le chiavi di casa

Titolo originale del film Le chiavi di casa
Nazione: Italia, Francia, Germania
Anno: 2004
Genere: Drammatico
Durata: 105′
Regia: Gianni Amelio

Cast: Kim Rossi Stuart, Charlotte Rampling, Andrea Rossi, Alla Faerovich, Pierfrancesco Favino

Produzione: Enzo Porcelli
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: Venezia 2004
10 settembre 2004 (cinema)

Il film Le chiavi di casa. Gianni (Kim Rossi Stuart) e’ un giovane padre che ha abbandonato il proprio figlio subito dopo la nascita. Il bambino (Andrea Rossi) e’ nato affetto da handicap mentre la giovane compagna di Gianni e’ morta di parto.

Quindici anni dopo l’uomo decide di fare la conoscenza del figlio: l’occasione e’ data da un viaggio per portare il bambino in una clinica di Berlino a seguire alcune terapie. Durante il soggiorno nella citta’ tedesca Gianni fara’ la conoscenza di Nicole (Charlotte Rampling), una donna matura con una figlia affetta da handicap, che gli fara’ capire la grandezza dell’impegno che lo attende.

Il film e’ la storia di una felicita’ inaspettata e fragile: conoscersi e scoprirsi lontani da casa. Il loro soggiorno in Germania e poi un imprevisto viaggio in Norvegia fanno nascere tra i due un rapporto fatto di scontri, di scoperte, di misteri, di allegria…

Il film Le chiavi di casa prende spunto da un romanzo di Giuseppe Pontiggia (a cui l’opera e’ dedicata) dal titolo “Nati due volte” che parla del figlio dello scrittore, Andrea Pontiggia, ma non ne’ e’ una trasposizione (il libro viene solo citato in una scena del film).

Le chiavi di casa rappresentano emblematicamente il momento di passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza. Quel momento in cui i genitori consegnando le chiavi ai propri figli ritengono che questi abbiano raggiunto un grado di autonomia e maturita’ sufficiente; nel film questo momento e’ traslato ad un ragazzo diversamente abile che aspira ad un grado minimo di autonomia dagli altri nella vita di tutti i giorni.

Il rapporto tra padre e figlio e’ narrato con la profonda consapevolezza della impermanenza dei comportamenti e non come una escalation di comprensione ed empatia. Gianni si rende conto che la sensibilita’ del figlio Paolo e’ elevatissima.
Ma cosi’ come lo e’ sul piano dell’espansivita’ affettiva lo e’ anche su quello delle reazioni di chiusura, degli automatismi ripetitivi che servono a darsi sicurezza, dei ritorni indietro rispetto ad atteggiamenti che si ritenevano ormai acquisiti.
“Perche’ fai cosi’?” e’ la domanda di Gianni di fronte a una reazione inattesa del figlio Paolo. Ma alla domanda non ci puo’ essere risposta. Paolo non sa’ perche’ si comporta in quel modo. Lo fa e basta. Il rapporto tra i due non potra’ che tentare di fondarsi sulle sabbie mobili dell’incertezza, del costruire con amore ogni giorno una rete di piccoli segni tanto delicata quanto fondamentale.

Il film Le chiavi di casa non indugia mai nella compassione ma anzi si ispira ad un crudo realismo dal quale non prescinde. La sceneggiatura (scritta assieme a Sandro Petraglia e Stefano Rulli) non lesina scene che raramente si sono viste al cinema, con dialoghi sempre giusti, duri, che in alcuni momenti trafiggono come spade (“Mi sembrava che lei si vergognasse di suo figlio”, “Il lavoro sporco che tocca alle madri”, “provavo invidia a vedere le altre madri”). In quest’ottica si inserisce anche la regia secca e essenziale che si fa forte di una fotografia (Luca Bigazzi) fondamentalmente sgranata quasi giornalistica che si fa piu’ calda nei momenti piu’ introspettivi.

Il tutto aiuta lo spettatore ad avvicinarsi ai protagonisti e soprattutto lo fa calare nel tenero affetto di Gianni verso un figlio che per quattordici anni aveva rifiutato anche solo di vedere.

Aiuta a far comprendere il bene immenso che Nicole (Charlotte Rampling), una madre chiamata ad un compito sovraumano, puo’ provare verso una figlia che a malapena emette qualche suono (“Il lavoro sporco che tocca alle madri” dice con un sorriso consapevolmente amaro).

Fa calare nella psicologia di un ragazzo, Paolo (Andrea Rossi), che pur camminando con un bastone ama lo sport, tifa per la Lazio, deve andare a giocare a calcetto, deve tornare a casa perche’ deve “spicciare le faccende” ci dice con un accento romanesco che ne accentua la veridicita’ e che suscita un’innata simpatia.

Come dice il regista, “mi sono sentito inadeguato, con la sensazione di essere un intruso in un mondo difficile, dove non avevo diritto di entrare”.
Sentimento di rispetto che si coglie dal tatto ed dal garbo con il quale e’ stata affrontata questa storia.

DA UNA INTERVISTA AL REGISTA DEL FILM LE CHIAVI DI CASA:

[…] Il film e’ tratto dal libro, Nati due volte, di Giuseppe Pontiggia che ha un figlio, Andrea Pontiggia, un ragazzo di 34 anni ammalato di una forma di tetraparesi spastica diversa dall’Andrea del film, Andrea Rossi. E’ una disfunzione solo motoria e non tocca l’intelligenza. Il mio Andrea (Rossi) ha fatto passi avanti straordinari lavorando sul set. Andrea Pontiggia appena ha visto il film mi ha abbracciato; aveva colto esattamente quello che volevo si cogliesse: una spinta molto fiduciosa verso chi non ha la capacita’ di condurre la propria vita in senso giusto.

Andrea Rossi ha portato in dote al lavoro l’allegria, la liberta’, la diversita’ senza complessi ma con orgoglio. Il film infatti e’ dedicato ad Andrea e ad Andrea. C’e’ stato un momento in cui gli attori, Kim Rossi Stuart e Charlotte Rampling, parlano del senso di vergogna di un padre nei confronti del figlio malato. La madre di Andrea non voleva che il bambino ascoltasse, perche’ – mi ha spiegato – che non avrebbe capito: in casa la parola vergogna non l’aveva mai sentita pronunciare, non ne conosceva il significato. E’ stato educato nella consapevolezza di non dovere vergognarsi di niente. […]

Il giovane Andrea Rossi non ha niente a che vedere con il personaggio del film, Paolo. Andrea Rossi ha una memoria molto labile, era difficile per lui trattenere i dialoghi. Dovevo dirgli continuamente io i toni, quasi recitare al suo posto. Ma lui riusciva a rendere alle scene una grande gioia… Si e’ molto affezionato a me e a Kim Rossi Stuart (l’attore protagonista che interpreta il padre del bambino disabile), tanto che e’ entrato in crisi nella scena della macchina, dove io gli dicevo di afferrare il volante e Kim, suo padre nel film, gli diceva invece – recitando – di lasciarlo. Ad un certo punto Andrea si e’ voltato e ha detto: “Ma mettetevi d’accordo!”. Non capiva la differenza fra le mie indicazioni di regista e le parole di Kim che recitava le sue battute… Non poteva accettare che i suoi due punti di riferimento gli stessero dando due ordini diametralmente opposti. Se fosse stato legato solo a me o solo a Kim, non avrebbe avuto dubbi sul cosa fare, ma il dilemma lo disorientava.
E’ stato lo stesso Kim a trovare la soluzione: invece di recitare le sue battute ha solo mosso le labbra, cosi’ che Andrea sentisse solo la mia voce, e in seguito si e’ auto-doppiato.

Ricordo anche un altro episodio: ad un certo punto, in ospedale, Paolo porta un bicchiere d’acqua al padre. Io gli ho detto: “Andrea, porta un bicchiere d’acqua a tuo padre”. E lui lo porto’ al padre vero, che era sempre con noi sul set… Allora ho dovuto dirglielo un’altra volta: “Andrea, porta un bicchiere d’acqua a Kim”. Insomma, dal suo punto di vista non stava recitando, non capiva la differenza fra la finzione e la realta’. E questo si nota nel film, credo, con effetti molto positivi. […]

[Fonte: Film UpMy MoviesAlteredo]