Sandro Pertini

Sandro Pertini: Diventare il complice

Il 10 marzo 1974, la Domenica del Corriere pubblicò un’intervista concessa da Pertini a Nantas Salvalaggio.

L’ho detto in alto, il più alto possibile: amici miei, io non resto un minuto di più su questa sedia se la mia coscienza si ribella. Non accetterò mai di diventare il complice di coloro che stanno affossando la democrazia e la giustizia in una valanga di corruzione. […]

Già questa mattina, entrando a Montecitorio, ho avvertito un’aria di pessimismo e quasi di smarrimento. La crisi dei partiti, sovrapponendosi alla crisi dell’economia, ha gettato il paese in uno stato di malessere profondo. Perché il problema a mio parere è semplice; non c’è ragione al mondo che giustifichi la copertura di un disonesto, anche se deputato. Ma non ti rendi conto – m’ha rimproverato uno – che qui crolla tutto, è in gioco l’intero sistema? Dico io: me ne infischio del sistema, se dà ragione ai ladri. Lo scandalo più intollerabile sarebbe quello di soffocare lo scandalo. L’opinione pubblica non lo tollererebbe. Io, neppure. Ho già detto alla mia Carla: tieni pronte le valigie, potrei piantare tutto.

Pertini parla senza trucchi e paure: non ha correnti o interessi da difendere, a suo modo, è un piccolo Solgenitsin nostrano che il caso ha collocato in un posto di alte responsabilità, ma che troppa gente giudica con insofferenza e fastidio. Non ha banche alle spalle, non ha industrie pubbliche o di Stato, non stringe alleanze di potere, non è stato alla scuola dei padrini: la sua ricchezza esclusiva è il suo passato di uomo libero, di galantuomo. E allora, da destra a sinistra, c’è chi vorrebbe farlo fuori. In attesa di farlo fuori, i mafiosi del sistema cercano di screditarlo. È un pazzo – dicono -parla a ruota libera. Figurati che vorrebbe mandare in galera ipolitici che si sono arricchiti illecitamente, anche quelli del suo partito.

 

Ma Presidente, lei sa che, non potendo accusarla di nulla, molti dicono che lei è un po’ squilibrato?

Non mi meraviglia niente. So che il mio modo di fare può essere irritante. Per esempio, poco tempo fa mi sono rifiutato di firmare il decreto di aumento di indennità ai deputati. Ma come, dico io, in un momento grave come questo, quando il padre di famiglia torna a casa con la paga decurtata dall’inflazione… voi date quest’esempio d’insensibilità? Io deploro l’iniziativa, ho detto. Ma ho subito aggiunto che, entro un’ora, potevano eleggere un altro presidente della Camera. Siete seicentoquaranta. Ne trovate subito seicentocinquanta che accettano di venire al mio posto. Ma io, con queste mani, non firmo.


È opinione diffusa che il livello di guardia, per la Repubblica democratica, sia stato superato. Lei che ne pensa?

Certo che, continuando di questo passo, si va verso il suicidio. L’unica strada possibile è la correttezza, l’onestà. Io spero che i documenti dei famosi pretori d’assalto siano vagliati con rigore. Spero che tutto sarà discusso in aula, e nessuna copertura sarà frettolosamente inventata dai padrini dell’assegno sottobanco.

 

L’opera dei pretorini d’assalto ha irritato i grandi papaveri. Come lo spiega? C’è qualcosa di losco che si vuole nascondere?

Mi fanno pena i magistrati e i politici che cercano di tagliare le gambe ai pretori dell’inchiesta sullo scandalo del petrolio. Dicono che sono troppo giovani: ma da quando la giovinezza è un reato? Se mai è un sintomo esaltante e meraviglioso: significa che il paese ha una riserva di coraggio e di onestà nelle nuove generazioni. E poi, mi creda: questi giovani (beati loro!) sono stati esemplari, rapidissimi. In tredici giorni hanno vagliato quintali di documenti. Hanno perduto ciascuno tre o quattro chili, mi dicono. Ma è quel sudore, quella fatica, che possono ora lavare le macchie dei piccoli e grandi corruttori.

 

Lei riesce, almeno, a farsi capire dai compagni del suo partito, i socialisti?

Mica sempre. Mi accusano di non avere souplesse. Dicono che un partito moderno si deve «adeguare». Ma adeguare a che cosa, santa Madonna? Se adeguarsi vuol dire rubare, io non mi adeguo. Meglio allora il partito non adeguato e poco moderno. Meglio il nostro vecchio partito clandestino, senza sedi al neon, senza segretarie dalle gambe lunghe e dalle unghie ultralaccate, che alle prime elezioni del dopoguerra colloca il secondo partito italiano.

 

Che cosa ha suggerito ai suoi amici socialisti?

Dobbiamo tagliarci il bubbone da soli e subito. Non basta il borotalco a guarire una piaga. Ci sono i ladri, gli imbroglioni? Bene, facciamo i nomi e affidiamoli al magistrato. […]

 

Dei fatti emersi dallo scandalo dei petrolieri, qual è quello che, secondo lei, fa dubitare dell’onestà di un uomo politico?

Prendiamo gli assegni dell’Unione petrolifera. Alcuni giovanissimi, diciamo così, se li sono fatti intestare alla moglie, o alla governante. Non è curioso? Se il tuo gesto era pulito, non vedo perché ti debba nascondere dietro le gonne di tua moglie o della domestica.

 

Lei ha pronunciato una parola, alla, moda, Presidente: «dietro». In questa Repubblica del doppio gioco, nessuno sembra contare per quello che è, ma per chi sta dietro di lui a muovere i fili. Quel tal giornale dice una cosa perché «dietro» ci sta il petroliere. Quel giornalista è pagato dalla Rai, ma in realtà è della scuderia Piccoli o del «parco macchine FanJani». Molti giornalisti potrebbero indossare delle maglie, come i corridori del Giro d’Italia. Ora, mi dica, Presidente: come mai lei ha rinunciato a un segretario particolare socialista e s’è tenuto quello che aveva il suo predecessore, Bucciarelli Ducci, cattolico e democristiano?

Ma, santo Iddio, che domande sono? Se un funzionario fa il suo dovere, perché lo devo cambiare? Naturalmente mi fanno la guerra molti dei miei. Dicono: «Ecco, potevi prenderti un compagno, e non l’hai fatto ! ». Insomma, a me la mafia non è mai piaciuta. Scelgo la gente per quel che vale, non per l’etichetta o la raccomandazione che porta.

 

Adesso capirà perché dicono che lei è pazzo.

Sì, certo, è una maniera strana di lavorare, almeno qui a Roma.

 

Lei ne combina di quelle, Presidente: per esempio, non concede la macchina a sua moglie per andare a fare lo shopping. Sua moglie, anzi, preferisce andare in autobus. Ma è mai possibile? Non le sembra una provocazione?

Vede, mia moglie si vergognerebbe di andare a Campo de’ Fiori a comprare l’insalata o le pere sul macchinone ministeriale. Sarebbe uno schiaffo alla povera gente, un abuso di potere, un furto.


Sì, ma tutti sanno quante mogli di sottosegretari e ministri usano il macchinone del ministero per fare il giro delle boutique. Guai se il vigile le caccia da una sosta vietata.

È un po’ vero: quando queste povere provincialotte s’accorgono che il marito ha fatto carriera, si sentono tutte Poppea. E meno male che non pretendono di riandare tutte a fare il bagno alla centrale del latte.
(Un cameriere è entrato nello studio e ha posto sul tavolo del presidente una spremuta d’arancia e una tazza di caffè per l’ospite. Pertini beve la spremuta e subito accende la sua pipa di radica. Poi tira fuori ìl portafoglio e paga con una banconota da cinquecento lire. È la prima volta che vedo un uomo politico di alto rango compiere un gesto così «plateale». Di solito non si abbassano, lasciano che paghi lo Stato.) .
Lei vuol sapere quale sia l’insidia più grande per un uomo politico? Quella di innamorarsi del potere, credo. Un uomo che ha paura di perdere la poltrona, l’influenza sugli altri uomini, i telefoni, i quadri d’autore alle pareti, la limousine di Stato, ebbene quello è un uomo perduto.

 

Ma allora, come sottrarsi a questa insidia?

Avere sempre le valigie e la lettera di dimissioni pronte. La mia Carla lo sa, non c’è problema. Abbiamo un appartamentino in corso Vittorio, non c’è problema di rinunce.
(A questo punto, Pertini fa una domanda d’incredibile modestia: «Scusi, dice, non le faccio perdere tempo?».)

 

Molti giovani, molti studenti hanno l’angoscia del domani. Com’erano gli universitari della- sua giovinezza? Lei ha due lauree: è stato difficile inserirsi nella società?

Un poco, amico mio: perché i fascisti mi hanno subito arrestato, senza il minimo preavviso. Avevo idee contrarie alla linea del regime. La mia povera mamma non si capacitava di questa cosa assurda. «Ma Sandro – diceva – perché ti sei tanto consumato sui libri se poi dovevi finire in galera?»
(Il segretario bussa alla porta, ci sono le pratiche urgenti da esaminare. Pertini posa la pipa sul tavolo, si alza in piedi e mi abbraccia. Neanche questo mi era mai accaduto ai piani nobili della politica.)

Addio, Salvalaggio, mi venga a trovare, quando è a Roma. Qui o altrove.

Sandro Pertini
Alessandro Pertini, (San Giovanni di Stella, 25/09/1896 – Roma, 24/02/1990)
7° Presidente della Repubblica Italiana (1978/85)


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