11/09: Il racconto di Krista Salvatore sopravvissuta al crollo del WTC

Krista Salvatore sopravvissuta al crollo del World Trade Center l'11 settembre 2001
Krista Salvatore

L’11/09/2001 lavoravo a New York, mi ero appena laureata al college, lavoravo per la Morgan Stanley, era il mio secondo giorno a New York. Abitavo in Florida ma mi avevano mandato lì per una programma di formazione di tre settimane; il mio ufficio era al sessantunesimo piano del World Trade Center 2. Andai al lavoro il mio secondo giorno come in un giorno normale. Durante la mia sessione di formazione ci fu uno schianto molto forte o un’esplosione e tutte le finestre della mia aula di formazione esplosero; non sapevamo cosa stesse succedendo ma ci dissero che il nostro edificio era al sicuro e che un piccolo aereo, forse un Cessna, aveva colpito la Torre 1 e che noi avremmo dovuto rimanere nei nostri uffici perché la Torre 2 era al sicuro. Continuava a essere trasmesso dall’interfono il messaggio che diceva a tutti nel mio palazzo “La torre 2 è al sicuro” ma il mio istinto e tutte le altre persone che erano con me mi dissero di uscire. Sapevamo che c’era qualcosa che non andava e ci dirigemmo verso l’uscita.

L’odore del carburante avio era molto forte e quando guardammo fuori dalle finestre c’era carta ovunque. Sembrava che qualcuno avesse vuotato un cestino della carta dal tetto e avesse gettato carta ovunque, molta della carta era in fiamme, e questa era una cosa molto strana da vedere. Iniziammo a scendere le scale e quando ero al quarantunesimo piano il mio palazzo fu colpito e da quel momento non smise mai di oscillare. Fino a quel punto non era caotico, la gente non era nel panico; ma quando l’aereo colpì il mio palazzo la situazione divenne veramente seria: in quel momento capimmo che non era un piccolo aereo e che non era un incidente. Avevamo ricevuto piccoli pezzi di informazione mentre scendevamo. Fu veramente spaventoso e la gente iniziò a correre più in fretta possibile, ma era tutto molto organizzato, non c’era caos, ma io letteralmente non ebbi nemmeno il tempo di togliermi le scarpe coi tacchi.

Quando arrivammo giù c’erano così tante macerie a terra che ci fecero uscire dal centro commerciale sotterraneo sotto il World Trade Center finché non arrivammo a un’uscita vera e propria. All’uscita c’era personale della Port Authority che ci dirigeva verso uptown e ci mandava in quella direzione. Fu veramente triste e spaventoso perché guardammo in alto e vedemmo le persone che saltavano giù, c’erano sirene ovunque, personale di emergenza ovunque, vedemmo pompieri salire le scale mentre noi scendevamo.

Ero uscita da circa 10 minuti quando la mia torre, la Torre 2, crollò. Avevo tentato di chiamare i miei genitori durante tutta la discesa, continuai a digitare il numero ma i cellulari non avevano rete. Finalmente riuscii a parlare con i miei genitori intorno a mezzogiorno. Dopo che il mio palazzo era crollato erano giunti alla conclusione che io non fossi riuscita ad uscirne e fu molto difficile non poter parlare con loro, non poter far sapere loro che stavo bene perché loro temettero il peggio.

Stavo in un hotel a midtown, che quindi era abbastanza lontano, ma quando uscii dal World Trade Center continuai a correre insieme al gruppo di persone che era con me. Arrivammo sufficientemente lontano da non trovarci nella nuvola di polvere e detriti quando la Torre 2 crollò. Quindi arrivai in hotel prima di aver saputo completamente ciò che era successo. Le persone si fermavano per strada e ci dicevano ciò che succedeva. C’erano veicoli di emergenza e i caccia volavano sopra di noi.

Non so nemmeno come descriverlo, era piuttosto surreale vedere i caccia volare sopra Manhattan, era come una zona di guerra. Ricordo che la cosa più spaventosa era che non sapevamo cosa sarebbe successo dopo, non mi sentii veramente al sicuro finché non lasciai New York. Il giorno seguente raccolsi tutte le mie cose e andai nella lobby dell’hotel e chiesi loro di chiamarmi un taxi perché volevo andare all’aeroporto. Mi dissero “L’aeroporto è chiuso. Per un po’ non puoi andare da nessuna parte.” Dissi “No, aspetterò lì.” e mi convinsero che non avrei potuto prendere un volo. Quindi mio padre arrivò in macchina da Saint Louis, dove viveva, fino a New York per venire a prendermi perché non avevo modo di tornare a casa, non potevo prendere una macchina a noleggio, e la metropolitana non funzionava, non c’era modo di uscire dall’isola. Quindi mio padre mi venne a prendere e mi portò a casa.

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[Fonte: Undicisettembre]

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